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Hall of Fame: Giuseppe Grezar

Triestina-Torino è la sua partita: le origini e la fama. Giuseppe Grezar è stato uno degli elementi chiave nella storia del Grande Torino: nessuno come lui sapeva unire classe e precisione, eleganza e sostanza. Giuliano doc, Ferruccio Novo lo prelevò dagli alabardati nel 1942: e cinquant'anni dopo il Toro festeggiò nello stadio a lui intitolato la seconda promozione in serie A.

Pino Grezar con il presidente Ferruccio Novo
(foto: www.wikipedia.it)

La settimana di Triestina-Torino è il momento migliore per ricordare uno dei tasselli unanimemente più trascurati e sottovalutati della squadra degli Invincibili: Giuseppe Grezar, per tutti Pino, passato alla storia con la maglia del Toro ma triestino doc, nonchè ex giocatore degli alabardati, da cui il presidente granata Ferruccio Novo lo prelevò nel 1942, ad appena ventidue anni (era nato il 25 novembre 1918) per circa 450.000 lire, una cifra più che ragguardevole per l’epoca, considerando che Pino non era un attaccante e, apparentemente, non pareva un giocatore in grado di spostare gli equilibri. Ma nella sostanza Grezar è stato un elemento chiave delle fortune di quello squadrone: perchè anche allora, sebbene possa sembrare strano dirlo, era importante la tattica e Grezar sapeva essere sempre al posto giusto al momento giusto. La sua presenza silenziosa era fondamentale, per l’allenatore ed i compagni, anche se magari non era appariscente come Mazzola o Ezio Loik, tanto per citare i due campioni che arrivarono insieme a lui in maglia granata: e sarà stato forse proprio per la contemporaneità con i due illustri compagni che l’arrivo del metronomo Grezar passò in secondo piano.

Bastò però poco tempo per capire che il posto in squadra non gliel’avrebbe potuto togliere nessuno: perchè Grezar è stato uno dei costruttori di gioco più puliti e lineari che il calcio italiano di ogni tempo possa annoverare. Uno di quelli dal passo tutt’altro che spedito, ma che oggi farebbero la loro figura pure in un calcio a cento all’ora. Triestino anche nel carattere, duro e poco incline a chiacchiere e sorrisi, Grezar sapeva far parlare il pallone: mediano destro dell’impalcatura tattica granata, i suoi lanci illuminanti hanno sovente risolto partite difficili da sbloccare, perchè Pino era capace di pescare i compagni anche a trenta metri di distanza con incredibile precisione grazie ad un’eccezionale tecnica individuale che non necessitava di allenamenti particolari ma che non gli impediva di cercare spesso e volentieri anche il passaggio corto, magari scontato, ma sempre preciso. Un Pirlo ante-litteram, insomma con l’aggiunta che, vista l’epoca e la centralità del ruolo, dai suoi anticipi passava anche gran parte della fase difensiva: ma anche in questo ruolo seppe distinguersi per l’eleganza cui sapeva unire la capacità di recuperi miracolosi nelle rare occasioni in cui si faceva trovare fuori posizione. A consentirglielo era quel suo fisicaccio da granatiere, la sua ampia falcata capace di supplire ad una velocità di base non eccelsa.

Quasi tutti i suoi compagni passarono momenti di maggiore o minore forma atletica, ma lui no: un rendimento sempre costante, impreziosito dalla precisione nelle punizioni e nei rigori, che gli hanno consentito di inserire il proprio nome per diciannove volte nei tabellini granata, la prima delle quali, subito decisiva, il 15 novembre 1942 nello 0-1 di Vicenza. Il Destino volle che l’ultima delle sue centocinquantanove presenze complessive ufficiali, prima della maledetta amichevole di Lisbona, fosse proprio contro la Triestina, il 10 aprile. Un infortunio lo tenne fuori per il mese successivo ma recuperò in extremis per il prestigioso viaggio in Portogallo: una beffa atroce. Ma anche dopo la tragedia il suo nome è rimasto legato a doppio filo alla storia granata, grazie alla promozione in serie A ottenuta il 6 maggio 1990 col 3-3 in casa della Triestina nello stadio a lui intitolato: fu una grande festa, cui partecipò anche un certo Franco Lerda , allora in forza agli alabardati, che segnò una doppietta. Una festa nel nome di un Mito del romanzo granata, uno di quelli ineguagliabili per classe e sostanza.

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