
Per entrare nella top ten dei marcatori di ogni competizione ci vorrebbero ventotto gol. Tanti, forse troppi: Ezio Loik, che centravanti non era, è a quota settanta, ma per raggiungerla ha impiegato centottantuno partite. Rolando è a quota quarantadue in ottantasei gare, all’incredibile media di quasi mezzo gol a partita: 0,488, per l’esattezza. Certo, i tempi sono imparagonabili e poi oggi ci sono le difese a zona. E l’attualità della serie B. Ma se volete un paragone più attendibile ecco la media gol di Marco Ferrante, il miglior centravanti, numeri alla mano, degli ultimi trent’anni di Toro: 0,490. Come dire: un altro campionato di serie A, per mettere a tacere gli scettici, e la storia sarà sua. Quello di Rolando Bianchi è un romanzo fatto ancora da pochi capitoli, ma intensi. Fermo ai box da ormai due mesi dopo una prima parte di anno solare da stakanovista, il rientro è prossimo, e con esso l’aggiornamento del suo libro dei gol. I numeri parlano di ventinove partite e nove gol in serie A e di cinquantaquattro gare con trentatre reti in B, playoff compresi, e già questo è un record perchè la media-gol di 0,611 è la migliore di sempre per un calciatore granata in cadetteria. Ed alla collezione vanno aggiunti pure due reti in quattro partite in Coppa Italia, di cui una, bellissima, alla Fiorentina.
Non è dato sapere se e quando questo romanzo s’interromperà, se mentre stiamo scrivendo in società sia arrivata un’offerta di quelle irrinunciabili, di quelle in grado di porre fine alla fin qui breve ma intensa storia di Bianchi con la maglia del Toro, ma di certo si può dire che tale storia sembra uscita dalla penna di uno scrittore rosa. Ecco come conoscersi, dirsi di no ma poi, inesorabilmente attratti, finire per ritrovarsi e capire una volta per tutte che la vita insieme è quanto il destino aveva riservato per ciascuno. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel gennaio 2008, quando Rolando, in uscita dalla Caienna Manchester City, decise di accettare la corte della Lazio, preferendola al disperato Toro di Urbano Cairo, alla caccia di un centravanti da serie A. Ma in fondo tutto era sembrato chiaro già dal 27 gennaio 2008 e da quell’incredibile espulsione per doppia ammonizione cinque minuti dopo essere entrato in campo proprio in Toro-Lazio: gli incontri tra il granata e Bianchi non sono mai banali. Il matrimonio avvenne poi a giugno, dopo che la stessa Lazio l’aveva scaricato.
I gol tardarono a venire: due nelle prime quattro giornate e poi digiuno fino a Natale, fino all’illusoria magia contro il Napoli. Iniziò quel giorno il romanzo tra Bianchi ed il Toro: un romanzo fatto di sofferenza e di delusioni, di gol belli ma spesso inutili. Sentì la retrocessione più degli altri al punto da decidere, prima ancora che partisse ufficialmente il mercato, di rimanere anche in serie B. Per estinguere il debito contratto con Cairo ed i tifosi, come disse lui stesso: che poi equivaleva all’inizio della scalata verso la storia. Di destro, di sinistro, di testa, in acrobazia e su rigore. Ha segnato in tutti i modi e su quasi tutti i campi: ha segnato due reti di tacco, contro il Siena sotto la pioggia ma pure contro la Sampdoria senza dimenticarsi il meraviglioso stacco in casa dell’Inter e ha già in bacheca tre doppiette e pure un tris. Si è illuso nei playoff, prima di piangere. Solo nel 2010 ha segnato venti gol in trentasei partite: e quest’anno ha timbrato già in sette occasioni, in appena dodici apparizioni. Come i grandi centravanti sa sbagliare reti più semplici di quelle che realizza, e pazienza se nella difesa del pallone e nel gioco per i compagni non è (ancora) il massimo. Se gli chiedete quale allenatore del Toro gli sia entrato di più nel cuore vi risponderà Giancarlo Camolese, uno dei due avuti in serie A. Ed in fondo Bianchi sarà davvero contento solo quando esulterà ancora a San Siro, o in un derby: perchè lui in serie A ci vuole arrivare col Toro. E se non ce la farà, perdonatelo: le storie d’amore non finiscono con una cessione.

Davide Martini








