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Hall of Fame: Renato Zaccarelli

Quarantacinque anni di emozioni. Renato Zaccarelli ha appena compiuto sessant'anni: da quando ne aveva quindici nella sua vita c'è stato un solo colore, il granata. Bagnato da lacrime di gioia o di dolore, ma tatuato sulla pelle da tredici anni vissuti sul campo ad illuminare il gioco e dalla successiva esperienza dirigenziale e da allenatore. Nume tutelare del granatismo, esempio inimitabile di valori ormai tramontati.

Renato Zaccarelli contrasta Marcello Lippi in un Torino-Sampdoria

Chiamatelo pure il signor Toro. Con due parole spiegherete un uomo e la sua vita: fatta di classe, educazione, sensibilità ed un unico amore. La maglia granata, in tutte le sue sfaccettature. Renato Zaccarelli ha compiuto sessant’anni martedì scorso: “Il tempo passa, sessant’anni sono un bel traguardo” ha dichiarato felice e commosso al tempo stesso nel giorno dei festeggiamenti il Baffo più illustre della storia granata. Nomignolo comunque quantomeno condiviso con Claudio Sala. Vite parallele quelle di Zac e del Poeta: bandiere, simboli di un Toro forse irrecuperabile. Ma non solo: dirigenti, capitani (Zaccarelli era il vice di Sala nell’anno dello scudetto) fino a diventare figure scomode con presidenze assai poco granata. Divisi nella classifica all-time, in cui Zaccarelli occupa il terzo posto con 410 presenze complessive, da una quarantina di gettoni e da Natalino Fossati, quarto assoluto, a differenziarli c’è pure quell’eclettismo di cui Zaccarelli ha fatto una ragione di vita, sul campo: regista, interno, ala, terzino, libero, nel dopo-Caporale (1978-’79), stopper e poi ancora ultimo difensore, nell’esaltante finale di carriera. Prima di confermarlo fuori: perchè non sono in tanti coloro che possono vantarsi di essere passati nel corso della stessa stagione da una scrivania dirigenziale alla panchina. Zac lo ha fatto, e per due volte: nella primavera 2003, quando si trattò di accompagnare con la minore sofferenza possibile il Toro alla conclusione del peggiore campionato di serie A della sua storia, ma soprattutto due anni dopo, quando ottenne sul campo la promozione più importante della storia granata.

Quella che gli almanacchi non riportano, ma senza la quale Cairo sarebbe stato costretto a ripartire dalla serie C. Pianse, quella sera, Zac, forse perchè da innamorato del Toro preconizzava il destino che si sarebbe materializzato pochi giorni dopo, oppure semplicemente perchè aveva vissuto fianco a fianco della squadra una stagione di sacrifici. Una stagione d’altri tempi. L’ultima stagione da Toro. In campo, un signore, Zaccarelli lo è stato fin dal primo giorno: da quando, quindicenne, fu visto ed acquistato dall’Anconitana, la squadra dei primi calci. Strapparlo così giovane alla sua terra, per poi cederlo in prestito. Allora era la prassi, e bisognava accettare: Catania, Novara e Verona le prime tappe della carriera, a guadagnarsi il pane duro in provincia, nobile ma pur sempre provincia. Dovette aspettare i ventitre anni per avere la prima occasione in maglia granata: il 1974-’75 come anno di apprendistato alla corte di Edmondo Fabbri poi, dalla stagione successiva, eccolo nel cuore della manovra granata con Radice. Con l’esperienza e la maturità di un veterano: fu subito scudetto, e con la maglia numero dieci sul petto. Qualcosa più di una consacrazione: Radice diede a lui ed a Eraldo Pecci le chiavi del centrocampo, e non se ne pentì. Zaccarelli iniziò un percorso lungo tredici anni in cui ha tenuto a battesimo tante giovani speranze, ha vinto poco (un tricolore ed una Coppa Italia) ma ha imparato a custodire una fede. Il suo problema, ammesso che ce ne sia stato uno, è quello di avere imparato tutto troppo in fretta: impeccabile nel gioco lungo come nel passaggio corto, visione di gioco rara pure nel calcio di oggi, testa alta, dotato di una tecnica sopraffina, pericolosissimo negli inserimenti, Zaccarelli è stato uno dei più forti calciatori granata di ogni tempo.

Doti che gli hanno consentito di frequentare con assiduità la maglia della Nazionale, essendo il terzo granata più presente nella storia (venticinque presenze ed un gol, pesantissimo, alla Francia nella prima del Mondiale ‘78), ma pure di potersi adattare alle più diverse posizioni sul campo: così con il passare dei tempi eccolo arretrare anche in fascia, destra, o nel cuore della difesa. Fino alla definitiva trasformazione come libero, ruolo in cui tenne a battesimo un certo Roby Cravero (che poi ritrovò come braccio destro dietro la scrivania), quando tutti i compagni del grande Toro anni ‘70 se n’erano già andati da un pezzo, e dispuntando una stagione semplicemente perfetta, l’ultima della carriera, nel 1986-’87. A trentasei anni tra i migliori in Italia: non è da tutti, ma è da Zac. Rimpianti? Pochissimi: forse l’aver segnato troppi pochi gol in carriera (appena venti, pochi per uno così), e quello legato al mancato scudetto del 1976. Fu la miglior stagione sua e del Toro, nella quale riuscì pure a segnare cinque gol, e non capita a tutti di fare cinquanta punti su sessanta ed arrivare secondi. Tuttavia Zaccarelli non ha mai rinnegato la sua fedeltà, pur non smentendo di aver ricevuto offerte per cambiare aria: ma signori si nasce. E, spesso, si può rimanerlo.

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