Storia di Arezzo nel Medioevo

Storia di Arezzo nel Medioevo: dall'XI secolo al 1384 (Presa da parte di Firenze). Lo scorporamento del Contado.

Arezzo
I. Prima del Comune: la città del vescovo (XI secolo).
Nei primi decenni dell’XI secolo Arezzo è incardinata all’interno della Marca di Tuscia. L’intero settore nord-orientale fa capo alla diocesi aretina. La giurisdizione episcopale si estende nei territori che fanno capo alle città di Arezzo, Anghiari, Monte San Savino, Castiglione Aretino e comprende anche Cortona, Pienza e Montepulciano. L’autorità del vescovo sulla città di Arezzo era molto forte (furono molti i vescovi aretini insigniti del titolo di comes): la storiografia insiste molto sul particolare legame di subordinazione che legò la città all’autorità episcopale .Uno dei motivi della forza di questo ente è da ricercarsi nei vasti possedimenti fondiari sparsi per l’intera diocesi, nelle terre su cui esercitava esclusiva giurisdizione e nel controllo delle autorità pubbliche regie ed imperiali. I vescovi di Arezzo fino alla metà dell’XI secolo erano spesso di origine teutonica, strettamente legati al potere marchionale ed imperiale. Fino al XII secolo tutti gli edifici della sede vescovile (cattedrale dei Santi Maria e Stefano, cattedrale di San Donato, canonica ed episcopio) erano fisicamente separati dalla città di Arezzo: il motivo è da ricercarsi nell’autonomia dalle autorità pubbliche insediatesi all’interno del perimetro cittadino. Solo successivamente (in pieno XII secolo), in seguito ad una lunga lotta con il popolo aretino, gli edifici episcopali vennero portati all’interno delle mura.

II. La nascita del Comune (XII secolo).
Fino alla fine del XII e gli inizi del XIII secolo, la signoria vescovile in questa parte della Marca, ostacolò l’ascesa di famiglie laiche capaci di costituire un potere signorile e di inserirsi nella cerchia della grandi famiglie della Tuscia. Anche le resistenze di altre signorie ecclesiastiche (quali quelle del monastero di Santa Fiora e Lucilla o del monastero di Camaldoli) non riuscirono a contrastare il potere del vescovo. Solo agli inizi del Duecento il popolo aretino si costituì in Comune e riuscì ad attrarre in città alcune delle principali famiglie del contado, come ad esempio i Lambardi di Carpineto (poi Bostoli) . La prima testimonianza documentaria riguardante un console risale al 1098, ma bisogna aspettare il 1153 per trovare un gubernator et rector Aretine civitatis; tuttavia solo nell’ultimo quarto del XII secolo si avrà una serie piuttosto regolare di consoli cittadini. La genesi del Comune di Arezzo è dunque lunga e probabilmente potrà dirsi conclusa solo nel 1203, con il trasferimento del vescovo all’interno delle mura cittadine.

III. Le lotte di fazione e l’indebolimento delle istituzioni comunali (XIII-XIV secolo).
Il Comune di Arezzo suggella la fine di questa lunga genesi con l’assassinio del vescovo Gregorio II nel 1212. Da questo momento in poi comincerà una fase di espansione dell’autorità cittadina sul territorio circostante e riuscirà a comprendere gli stessi territori della diocesi (La Val Tiberina, la parte inferiore del Casentino, la Val d’Arno fino a Laterina e gran parte della Val di Chiana). L’espansione sul territorio è comunque da porsi a cornice di un contesto interno fortemente travagliato. Anche Arezzo nel corso del XIII secolo e per tutta l’età podestarile vide contrapporsi le opposte fazioni guelfa (con massimo esponente la famiglia Bostoli) e ghibellina (i Tarlati). Si alternarono fasi di egemonia ghibellina a fasi di egemonia guelfa. La situazione aretina si protrasse per lungo tempo in un esile equilibrio tra le fazioni sino a quando nel 1321 il Consiglio Generale elesse Guido Tarlati, vescovo e di parte ghibellina, signore a vita del comune. Guido Tarlati intraprese un politica marcatamente ghibellina e strinse alleanza con Pisa e Castruccio. Papa Giovanni XXII arrivò persino a scomunicarlo e destituirlo, ma il Tarlati, con l’appoggio dell’imperatore Ludovico il Bavaro conservò saldamente la sua signoria sino alla sua morte (1328). Ancora per qualche anno Arezzo fu retta dai Tarlati: nel frattempo però il contrasto tra famiglie di avverse fazioni si faceva sempre più forte. Così nel 1336 i Tarlati furono costretti a cedere Arezzo a Firenze per denaro. Arezzo mantenne le sue istituzioni comunali, come appare chiaramente dai documenti. In un documento del 1337 Arezzo chiede a Firenze un prestito di 18000 fiorini d’oro: la città è amministrata da un podestà aretino (Francesco de Callio), è presente un priore, 12 governatori, un ufficio di consiglieri ed infine il generale consiglio dei 400 uomini di Arezzo . Una parte del finanziamento è finalizzato alla costruzione del Cassero d’Arezzo . È chiaro dunque che la cessione per denaro di Arezzo a Firenze da parte dei Tarlati, non implicava assolutamente una sfera politica. Arezzo continua a trattare con Firenze politicamente alla pari, con le sue istituzioni comunali sempre rigorosamente in mano ai cittadini aretini. Inoltre il finanziamento ricevuto è destinato alla costruzione del cassero cittadino: Firenze non pone alcuna condizione politica per assicurarsi il controllo della fortezza. Certamente però il comune fiorentino comincia ad entrare nella politica interna aretina, anche se le istituzioni e le forme politiche rimangono apparentemente del tutto indipendenti. Nel 1345 Arezzo comunica a Firenze l’elezione a podestà di Angelo Neri Alberti e al comune fiorentino si rivolge in questo modo: «Karissimi Patres et Domini» . Due anni più tardi, nel 1347, Arezzo entra a far parte di una lega insieme con Firenze, Perugia e Siena. Arezzo è oramai definitivamente passata a parte guelfa con cui stipula «irrevocabile unione, fraternità e lega» . La città tuttavia conserva sempre autonomia rispetto a Firenze. Infatti sebbene il comune aretino debba concorrere con soli 100 cavalli (a concorso degli 825 fiorentini, 475 perugini e 400 senesi) è comunque da considerarsi alla pari con gli altri comuni, sebbene militarmente più debole. Anzi ad Arezzo spetta il privilegio di accogliere le convocazioni della lega per decidere il da farsi. Una serie di eventi (tra cui la peste del 1348 ed il fallito tentativo del vescovo Giovanni Albergotti di sottomettere Arezzo al papa nel 1377) portarono le istituzioni del comune di Arezzo ad un progressivo indebolimento. È probabile che ciò fosse causato anche da una minore presa della città sul contado e dall’emergere sempre più forte di signorie rurali. Un esempio ci è dato dalla famiglia Pietramala: questa era una ricca famiglia aretina con proprietà in città e numerosi possedimenti rurali, un ramo della stessa famiglia Tarlati, ghibellina, fulcro per molti anni della politica cittadina . Numerosi documenti vedono questa famiglia contendere aspramente la signoria di molti dei territori del contado aretino. In un documento del 1378, diversi anni prima della presa di Arezzo da parte di Firenze, troviamo il comune fiorentino chiamato a fare da paciere dal comune di Arezzo e dai Pietramala . In gioco sono vastissime terre sparse tra il contado di Arezzo e di Castiglione Aretino che i Pietramala avevano occupato sottraendole alla giurisdizione aretina. Il lodo prevede che solo una piccola parte delle terre tornino al Comune di Arezzo mentre il resto rimanga nelle mani dei Pietramala; inoltre Arezzo si impegna a non ostacolare il rientro della famiglia in città. È evidente come il lodo sia nettamente a favore dei Pietramala e ufficializzi una situazione di fatto oramai cristallizzatasi. Nonostante ciò la famiglia diserta la sentenza pubblica e dunque le terre vengono assegnate nominalmente alla giurisdizione del comune di Arezzo. Dal documento appena illustrato è possibile comprendere tre cose: la prima è che le istituzioni comunali aretine si erano talmente indebolite che il contado sotto loro giurisdizione era stato preda di famiglie potenti che avevano costituito di fatto dei poteri signorili rurali. La seconda considerazione riguarda l’inefficacia dei mezzi a disposizione del Comune di Arezzo per restaurare i propri diritti sul contado: è necessaria dunque la tutela degli Otto di Balia inviati da Firenze. La terza considerazione riguarda invece il Comune di Firenze che ancora pochi anni prima del 1384 (data della presa di Arezzo da parte di Firenze) non è capace, seppure chiamato dalle stesse parti in contesa, di far rispettare il giudizio dei plenipotenziari fiorentini. I Pietramala infatti rinunciano al nuovo ingresso in città costituendosi oramai in potere signorile alternativo al Comune di Arezzo.

IV. La presa di Arezzo (1384).
Una volta fallito il già menzionato tentativo del 1377 del vescovo Giovanni Albergotti di sottomettere Arezzo al papa, nel 1380 in città si instaurò la signoria del re Carlo da Durazzo. La signoria non durerà molto e un vivace affresco documentario del 1384 descriverà il passaggio di Arezzo al Comune di Firenze. Nell’ottobre di quell’anno l’entrata dei fiorentini in città è già avvenuta e dunque si compilano patti e capitoli che regolano il da farsi. Il vicario di re Carlo da Durazzo è Iacopo Caracciolo, che contratta con Firenze l’uscita da Arezzo. Era infatti successo che i «rebelles de Petramala eorumque sequace et adherentes, cum subsidio et favore duecentarum lancearum gentium armorum Domini de Conciaco» , sulla finire di settembre, noctis tempore, riuscirono a scavalcare le mura di Arezzo, nel punto detto L’Alboreto. «Cum scalis ascenderunt menia dicte civitatis furtive» tanto che i custodi della porta non sentirono nulla. Una volta introdottisi in città distrussero la porta di San Clemente e dunque l’intera banda poté, armata manu, riversarsi ed occupare l’intera città al grido: «Viva il Duca d’Angiò e misser di Così, e moia il re Carlo e’ Guelfi». Sembrerebbe dunque che le grandi famiglie ghibelline avessero avuto l’intenzione di concedere Arezzo a Luigi d’Angiò. All’interno della città, dopo una iniziale sorpresa, i guelfi organizzarono una difesa e si asserragliarono all’interno del cassero. I Pietramala e il Signor di Conciaco saccheggiarono la città derubando, uccidendo e imprigionando i guelfi aretini. Arezzo venne devastata e bruciata: iniziò così l’assedio del cassero. Il vicario generale della città, Iacopo Caracciolo, preso ormai atto di non poter continuare a resistere all’assedio, piuttosto che capitolare con disonore decise di consegnare la città al Comune di Firenze, ab antiquo guelfum. Firenze, «considerando le grandi spese che il Signore di Conciaco ha fatte nel prendere e ritenere la città d’Arezzo dona lui 40000 fiorini d’oro» : 30000 subito e altri 10000 a Bologna. Alla fine di tutta l’operazione Firenze esborserà più di 200000 fiorini d’oro per la presa d’Arezzo . La consegna della città è totale: mura, fortezze, case, beni mobili ed immobili, uomini, diritti e privilegi . Il Signore di Conciaco è ormai passato ad partes Italicas contro lo stesso Karolum de Duratio e rinuncia a qualsiasi possesso, governo, mero e misto impero e giurisdizione .
Questi sono i fatti ufficiali e che emergono dalle fonti; ciò che emerge dagli accordi successivi è che il Comune di Firenze, una volta assicuratosi il dominio di Arezzo, confermi ancora una volta il potere dei Pietramala sul contado aretino . Le ipotesi circa questo fatto possono essere due: la prima è che il Comune di Firenze non abbia la forza di togliere il potere ad una potente famiglia esplicitamente ghibellina. La seconda ipotesi invece è che Firenze non abbia invece la volontà di togliere il potere ad una famiglia che magari con preventivi e segreti accordi, ha creato le condizioni per la presa di Arezzo. A questo proposito è da tenere presente un documento che nel 1369 attesta la fedeltà dei Pietramala al Comune di Firenze . È verosimile che i perpetuamente buoni e perfetti servitori abbiano tramato con Firenze per il possesso di Arezzo. In entrambi i casi comunque si ha la testimonianza della presenza di una forte famiglia rurale che interferisce direttamente nelle questioni tra il Comune di Firenze, la Signoria di Arezzo e Luigi d’Angiò.
Firenze, già a partire dal Novembre del 1384, lancia le basi per l’amministrazione della città e del contado d’Arezzo. Una parte del contado aretino viene effettivamente scorporato dalla città ed inglobato nel contado fiorentino. È il caso ad esempio di Castelluccio di Capolona e di Foiano . I nuovi territori del contado fiorentino, ex aretini, hanno diritto ad una esenzione per un certo numero di anni, per quanto riguarda dazi, estimi, imposte, cottimi, gabelle e prestanze. Sono invece tenute alla gabella del sale e del vino. Ciascun podestà del contado aretino deve necessariamente essere sindacato nella città di Firenze, come succedeva per i podestà del contado fiorentino . I limiti della giurisdizione della città e del contado di Arezzo sono molto ridotti: si decreta infatti nel 1385 che «la giurisdizione del capitano e del podestà si estenda a tutta la città d’Arezzo e a cinque miglia pel contado d’intorno» . Dal punto di vista amministrativo la città d’Arezzo è così governata: sono costituite tre cariche principali (il capitano di custodia, il podestà ed il capitano del cassero), tutti e tre i rappresentanti di queste istituzioni devono essere fiorentini o comunque categoricamente non aretini, né di un raggio inferiore alle 30 miglia dalla città di Arezzo, e neanche devono appartenere ad una stessa famiglia. Il capitano di custodia si occupa delle cause criminali, il podestà si occupa delle cause civili e criminali ordinarie, mentre il capitano del cassero si occupa della difesa della città. I primi a conseguire queste cariche furono: Niccolò Niccolai Gherardini a capo di custodia, Zenobio Grifi dei Medici a capitano del cassero e Paolo Cini Bartolini a podestà . I proventi di gabelle e pedaggi della città d’Arezzo sono riscossi dagli ufficiali del comune di Firenze e in particolare le porte cittadine e la gabella del sale vennero affidati ai governatori della gabella delle porte e del sale del Comune di Firenze . Nello stesso 1384 nell’atto di riconoscimento dell’imperatore Carlo IV dell’autorità fiorentina su Arezzo, viene addirittura fatto riferimento all’istituzione del catasto e dell’estimo anche in Arezzo . Nello stesso documento si fa riferimento allo studio universitario di Arezzo, che trova una continuità . Alla fine di tutto il popolo aretino, dopo il consenso del Consiglio Generale alla sottomissione a Firenze secondo gli accordi pattuiti, accetterà anche lui la signoria del Comune di Firenze gridando in volgare: «Si, si et si!» .

V. Alcuni problemi nell’amministrazione di Arezzo sorti dopo il 1384.
Firenze si assicurò dunque, piuttosto facilmente, la presa della città e del contado d’Arezzo, insediò propri cittadini nei punti chiave dell’amministrazione e della difesa, e non da ultimo si assicurò i proventi economici dati da dazi, gabelle e pedaggi. Sembrerebbe dunque che il Comune fiorentino abbia saldamente amministrato e controllato ogni aspetto del nuovo possesso. In realtà qualche piccolo imprevisto vi fu e Firenze dovette porre rimedio ad alcuni episodi che uscivano fuori dai patti designati nel 1384. Tanto per cominciare non tutti i castelli e i luoghi del contado aretino fecero atto di sottomissione al Comune fiorentino. Ancora nell’aprile del 1385 si apprende che «molti castelli, università e luoghi restano tuttavia senza aver fatto sottomissione» ed è per questo che viene creata la Balia che si occupi di questi fatti . Anche nella città d’Arezzo. a diversi mesi di distanza dal passaggio in mano fiorentina, la situazione risulta confusa. Tanto che molti aretini presentarono querela alla Balia poiché non sapevano che fine avrebbero fatto i loro beni immobili . Allo stesso modo alcuni castelli del contado sono ancora in mano di eminenti aretini: Firenze dovrà sborsare altri 500 fiorini d’oro per recuperare il castello di Pietranera, posseduto da Pietro Giovanni Guelfi d’Arezzo . Ancora nel 1386 le fortezze di Rondine, Toppoli e Bibbiano sono restie al governo del Comune di Firenze e sono rette da aretini . Anche il castello dei Pietramala si erge ancora nel 1385 . Inoltre per quanto riguarda le stesse riscossioni dei dazi e delle gabelle scoppiano delle questioni a cui Firenze cerca di porre rimedio . Addirittura, sul finire del XIV secolo, pare vi siano degli elementi che facciano pensare ad un ammorbidimento della presa fiorentina su Arezzo: in particolare per quanto riguarda la materia di dazi e tasse. In diversi documenti infatti Firenze si impegna nei confronti di proprietari di beni nel contado aretino a rilasciare la facoltà di pagare le gravezze direttamente ad Arezzo e non più a Firenze . Inoltre si apprende come il camerlengo della città di Arezzo abbia la facoltà di tassare un certo numero di comuni, ville e luoghi per pagare gli stipendi degli ufficiali mandati da Firenze ed il pallio da portare ogni anno . Solamente nel 1399 Firenze toglierà ad Arezzo definitivamente la giurisdizione sul contado adiacente alla città. In un documento che vede contrapposto il comune aretino ai comuni della cosiddetta Cortina di Arezzo si decreta che il contado non concorrerà più, come in passato invece avveniva, alla spesa del pallio da inviare a Firenze annualmente .

Dai documenti emerge dunque una amministrazione fiorentina di Arezzo che deve far fronte a numerosi problemi che sorgono subito dopo la presa della città. Arezzo sentirà più da vicino la presenza fiorentina, che riuscirà a controllare piuttosto efficacemente le magistrature cittadine. Per quanto riguarda invece il contado, pare che Firenze abbia riscontrato maggiori resistenze alla piena e completa sottomissione. Nel contado aretino infatti permangono le grandi famiglie, prima tra tutte quella dei Tarlati di Pietramala. Anche nella porzione scorporata ci sono molte frizioni, se si tiene conto che i documenti rimasti attestano anni e anni di esenzioni dal pagamento delle tasse. Ancora diversi anni dopo il 1384 Firenze eserciterà su Arezzo una amministrazione che, soprattutto per l’ambito rurale, è possibile definire controllo fluido.

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