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La storia della Resistenza di Livia Gereschi

La storia di Livia Gereschi, eroina e martire della Resistenza pisana e la strage di Molina di Quosa

Livia Gereschi
Livia Gereschi è stata l’unica donna tra le vittime della Romagna, una località sulla collina di Molina di Quosa , dove nell’agosto del ‘44 furono fucilate circa sessanta persone. Per molto tempo la memoria che ne era rimasta non era quella di un’eroina, ma della vittima innocente : una donna estranea alla lotta partigiana. La sua “colpa” sarebbe stata soltanto quella di essersi generosamente offerta come interprete per soccorrere i rastrellati.

Livia Gereschi, giovane insegnante che conosce il tedesco, interviene in difesa degli sfollati, spiegando al comandante che non sono partigiani, bensì famiglie che si sono rifugiate sui monti per sfuggire ai bombardamenti degli Alleati. Ottiene così, di far rilasciare donne e bambini, ma non gli uomini e lei stessa viene incolonnata insieme a loro e portata via. A Ripafratta, i prigionieri vengono divisi in due gruppi: uno di “abili al lavoro” che viene condotto a Lucca e poi inviato in Germania, l’altro, costituito da 69 persone tra le quali si trova anche Livia Gereschi, viene costretto a proseguire a piedi fino alla scuola elementare di Nozzano, vicino a Lucca, dove si trova il quartier generale di Von Simon, il comandante delle SS.

Qui i prigionieri trascorrono quattro giorni, durante i quali molti di loro vengono torturati. La mattina dell’11 Agosto alcuni di essi sono portati in località Pancone, altri, Livia Gereschi è tra loro, in una località del comune di Corsanico, chiamata Sassaia e ammazzati a colpi di mitragliatrice.

Nella relazione di Ilio Cecchini, comandante della formazione partigiana “Nevilio Casarosa” operante sui monti pisani, invece, Livia Gereschi figura tra gli attivi collaboratori della formazione stessa. Se fosse sopravvissuta, avrebbe ottenuto la qualifica di “patriota”. Solo nel 1999 le viene intitolata una scuola elementare della città in cui viene pienamente riconosciuta come “martire della Resistenza”.

Balbettii, diffidenze, oblii, difficoltà ad offrire pieni riconoscimenti hanno a lungo circondato la partecipazione delle donne alla Resistenza e la loro presenza nello spazio pubblico, soprattutto nella fase di fondazione della nostra democrazia. E’ noto, peraltro, il greve divieto di partecipare alla prima sfilata a Milano subito dopo il 25 aprile del 1945 ingiunto alle partigiane. La vicenda è ricca di significati: deposte le armi, vinta la guerra, i partigiani si avviano a fondare la Repubblica democratica; innanzi al tripudio di felicità per la vittoria appena conquistata e nel momento simbolico più alto della frattura con il vecchio regime, alle donne è intimato di stare lontane, ai margini del corteo come spettatrici.

La nascita della Repubblica democratica, con l’affermazione del principio di uguaglianza formale tra i sessi e il riconoscimento dei diritti politici alle donne, per un verso cerca di ricomporre tale estraneità - ma certo si trattava di colmare un fossato profondo, scavato nel corso di secoli; per un altro verso, però, come ho già mostrato, la nuova Repubblica si legittima facendo esplicitamente appello ad un ordine naturale, prepolitico, nel quale alle donne è chiesto di assolvere prioritariamente un ruolo tradizionale e domestico. Livia Gereschi