marilin monroe - uccisa dagli psicofarmaci

La “fiamma al vento” si spense nelle ultime ore di sabato, 4 agosto 1962. L’attrice trentaseienne, al secolo Norma Jean Mortenson, secondo il rapporto della polizia placò il suo cuore inquieto con le sue stesse mani. Il giorno in cui Marilyn Monroe morì per overdose di psicofarmaci, il dottor Ralph Greenson (sopra) aveva trascorso più di sei ore con lei. Il mondo ammutolì, e poi pianse. Marilyn Monroe era morta.

Come per tutte le leggende, però, l’immagine lasciata dalla morte di Marilyn Monroe è tanto verità quanto mito: una sensuale stellina del cinema trovata sdraiata in modo scomposto, nuda fra lenzuola di seta e con un flacone vuoto di barbiturici sul comodino. Un’alcolizzata.
Un’attrice adorata dal pubblico ma tormentata, che preferì il mondo frivolo e inebriante della droga e dei tranquillanti al fardello della realtà, al punto che tale scelta la uccise.

Ma dietro ai sensazionali titoli di giornale, i fatti e gli ultimi tragici giorni della vita di Marilyn Monroe ci raccontano una storia diversa.

Sette anni prima della sua morte, quando stava per raggiungere l’apice del successo, dopo avere già interpretato 23 film, un maestro di recitazione le suggerì di sottoporsi alla psicoanalisi per “sfruttare tutta la sua energia esplosiva”, non che l’attrice avesse problemi personali. La terapia freudiana era diventata di moda in alcune elité di Hollywood che incoraggiavano questa “esplorazione dell’inconscio” per migliorare le tecniche di recitazione.

A partire dal febbraio del 1955 la Monroe si sottopose a sedute analitiche con la dottoressa Margaret Hohenberg per quattro o cinque volte alla settimana. Quasi immediatamente l’analisi con i suoi continui interrogatori sulle motivazioni e sulla sua persona, la provò duramente. “Sto tentando di diventare un’artista e di essere me stessa e a volte mi sembra di essere sull’orlo della pazzia. Sto solamente cercando di far uscire la parte più vera di me, e ciò è veramente difficile. A volte penso ‘non devo essere nient’altro che me stessa’, ma talvolta non mi riesce così semplice. Ho sempre questa sensazione segreta di essere in realtà falsa, una persona fasulla.”

Queste erano le parole di un’attrice con quasi due dozzine di film alle spalle e tutto il mondo ai suoi piedi. Alla fine la Monroe fu seguita da una psichiatra freudiana di New York, la dottoressa Marianne Kris. La Kris vedeva la Monroe cinque volte alla settimana e alla fine le prescrisse potenti barbiturici di cui lei abusò fino alla morte.

Riguardo a questa psicoanalisi l’attrice disse che si sentiva “come se girassi in cerchio”. Si trattava sempre di come mi sentivo nei confronti di questo e perché penso che mia madre abbia fatto quello, non di cose tipo dove stavo andando, ma dove ero stata”.

Il biografo di Marilyn Monroe, Donald Spoto, scrisse riguardo alla sua terapia che “l’eccessiva introspezione esacerbò la sua mancanza di sicurezza. La sua intuizione ne soffrì al prezzo di un intellettualismo conscio e forzato che la paralizzò e la spinse ancor più in se stessa”.

Più tardi la Kris imbrogliò l’attrice facendo in modo che ella si ricoverasse in un reparto psichiatrico, dicendole che era per una analisi diagnostica dettagliata e per riposo. La Monroe fu rinchiusa per due giorni in una cella imbottita, dove continuò a picchiare sulla porta finché i polsi iniziarono a sanguinarle. In seguito lei licenziò la Kris.

Nel 1960 la Monroe iniziò a vedere lo psichiatra che l’avrebbe poi condotta ancora più addentro al suo inferno personale, il dottor Ralph Greenson. Egli riuscì ad ottenere molto velocemente il controllo su di lei. “Sarei diventato il suo unico terapeuta”, scrisse.

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