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parte 1°

Cenni storici

dott. Andrea Marliani

specialista in Clinica dermatologica

specialista in Endocrinologia

presidente Fondatore della Società Italiana di Tricologia

docente presso la Scuola Internazionale di Medicina Estetica FIF

Speciale Alopecia
Areata

 

La “storia” dell’alopecia areata; storia profondamente
legata a quella della medicina e in particolare al nascere della
dermatologia quale arte coltivata da medici e non (già
da allora!), nel tentativo di carpire, intuire, attraverso gli
sfoghi della pelle, le tribolazioni degli umori interni di ciascun
individuo. Medici, addirittura specializzati in “malattie
della testa” (indicati dai Greci come iatroi kefalés)
sono segnalati già nell’antico Egitto. A Tee sono stati
scoperti papiri medici risalenti al 1550 a.C. nei quali vengono
descritte malattie della pelle identificabili con sufficiente
attendibilità e fra queste si descrive già l’alopecia
areata. Il primo ad adoperare il termine “alopecia”
fu il grande Ippocrate, nato a Coo intorno al 450 a.C. A lui,
peraltro, si deve gran parte della terminologia dermatologica
tuttora adottata (ectima, lichen, psoriasi, esantemi ecc…).
Conoscitore dell’opera di Ippocrate, e suo degno successore, fu
Aulo Cornelio Celso, che prestava la sua opera di medico a Roma
negli anni a cavallo della nascita di Cristo. Celso fu autore
di un trattato, il “De Re Medica”, di capitale importanza
per la medicina in generale e per la dermatologia in particolare,
nei cui libri IV e V viene descritta l’alopecia areata, nella
varietà ofiasica, e viene già distinta dal defluvio.
Seguì una battuta d’arresto poiché la medicina del
Medio Evo non conobbe l’opera di Celso. Bisogna arrivare al Rinascimento
per ritrovare le tracce dell’alopecia areata o area di Celso,
come veniva chiamata all’epoca. Fu Nicolò V, Papa dal 1471
al 1484, a riscoprire e divulgare il “De Re Medica”.
In quegli anni un famoso dermatologo di Ferrara, tale Giovanni
Mainardi, cultore in special modo delle malattie del cuoio capelluto,
tenne a sottolineare la differenza tra l’area celsi, vera malattia,
e l’alopecia “volgare” (la nostra alopecia androgenetica)
nella quale i capelli cadono, scrisse il Mainardi, probabilmente
per scarsità di “umori”. A metà del 1600
nasce il microscopio e Marcello Malpighi fu il primo a studiare
la pelle con questo nuovo strumento. Negli anni successivi egli
e altri cercarono di carpire il segreto delle malattie dermatologiche
analizzando capelli, squame, forfore. Nel 1840 si verifica in
Francia una epidemia scolastica di perdita di capelli a chiazze.
La malattia venne descritta dal dermatologo Cazenave che la chiamò:
“herpes tonsurans capillitii”. Fu David Gruby, ungherese,
di stanza a Parigi e fanatico microscopista, a descrivere le spore
di un fungo (il microsporum) in questa particolare forma di alopecia.
Si trattava di una epidemia di tigna microsporica (cioè
di un’ infezione provocata da un fungo, il microsporum appunto,
che si manifesta con perdita di capelli a grandi chiazze circolari),
ancora sconosciuta in Europa e verosimilmente importata dalle
colonie francesi del sud-est asiatico dove la malattia era endemica
(cioè presente e conosciuta da tempo) dai figli degli amministratori
e dei diplomatici. Cosa c’entra l’alopecia areata in tutto ciò?
Nel descrivere il fungo, il Gruby, con una frase infelice, collegò
l’epidemia di herpes tonsurans con “una certa varietà
decalvante detta area di Celso”. Ancora nei primi anni del
1800 l’alopecia areata stenta ad avere una ben precisa collocazione.
Nel “Trattato compiuto delle malattie della pelle”,
scritto dal Barone Alibert (allora medico in capo del parigino
ospedale di San Luigi) e tradotto in italiano nel 1835, si fa
cenno all’alopecia areata nel capitolo delle dermatosi tignose,
cioè: “di quelle eruzioni aventi per special sede
il derma capelluto” con riferimento alle porrigini, cioè
alle infiammazioni del cuoio capelluto con o senza perdita di
capelli. La varietà con perdita di capelli prende il nome
di porrigo tonsoria o decalvante. Nel descrivere questa forma,
l’autore crea una certa confusione poiché da un lato sottolinea
la presenza di numerosi casi negli ospizi e in molti collegi di
Parigi (la famosa epidemia di tigna microsporica) e aggiunge che
forse Celso abbia voluto comprendere queste (le porrigini tonsorie)
in un genere da esso creato col nome di area. Dall’altra lo stesso
Alibert, nel descrivere l’area celsi, paragona il cuoio capelluto
dei pazienti a terreni sterili simili alle lande (pianura prevalentemente
sabbiosa con scarsa vegetazione) dove non può crescere
nulla, conseguenza di qualche malattia linfatica o l’effetto di
una certa nutrizione anormale. E’ necessario sottolineare, d’altro
canto, che, a quell’epoca, la spinta all’osservazione microscopica
porta tutti a trovare, a torto o a ragione, funghi dappertutto
e non solo nell’alopecia areata. Il fungo considerato causa, a
torto, dell’alopecia areata non è altro che il Pityrosporum,
agente causale della pitiriasi versicolore. Ma affinché
si chiarisca tutto ciò è necessario arrivare ai
primi anni del 1900. Il fatto di aver dimostrato in modo inequivocabile
la natura non infettiva della malattia non apporta certo elementi
di chiarimento. In tutti i trattati di dermatologia degli anni
40 e 50 si fa riferimento, in tema di patogenesi, ad un ipotetico
spasmo (restringimento) dei vasi sanguigni nelle zone colpite
dalla perdita dei capelli, associato a fattori generali quali
disfunzioni della tiroide o dell’ipofisi o delle ghiandole genitali
o del timo. Secondo un illustre dermatologo dell’epoca un buon
numero di casi, specialmente quelli più gravi, potevano
essere la risultante di una pregressa sifilide congenita. Negli
anni 60 le conoscenze in campo immunologico ci offrono una nuova
e più circostanziata chiave di lettura di tante malattie,
alopecia areata compresa, ma questa è un’altra storia …