L’ufologia (e non UFOlogia, per carità!) è lo studio dei fenomeni aerei non identificati, non la caccia agli extraterrestri. Lo studio della percezione è importante, ma il solo rapporto non basta. Un fenomeno va sì osservato, ma anche studiato attraverso esperienze che ne modifichino le variabili. Non solo. Il testimone, desideroso di capire cosa ha visto (smettiamo di prenderlo per ubriacone!), conduce un’osservazione passiva, mentre ad oggi l’ufologo conduce esperienza passiva. La sfida per ogni ufologo serio sta nel passare ad esperienza attiva. Ecco che attraverso l’osservazione il ricercatore ipotizza, attraverso l’esperienza può concludere: l’ipotesi è stimolo per l’esperienza!
Il fenomeno UFO esiste ma non si presenta a comando, sfugge quindi, spesso, alla fase di osservazione del fenomeno allo stato naturale e l’esperienza è quindi difficile, anche se in laboratorio è possibile riprodurre effetti fisici riscontrati in concomitanza con un fenomeno aereo non identificato. L’ufologia (che non è ancora una scienza, visto che non è oggetto di corsi universitari) manca ancora di una identità sua, deve servirsi di tutte le altre scienze (fisica, chimica, biologia, psicologia, ecc.) al fine di capire, investigare, raccogliere dati con metodo e cercare un’ipotesi che spieghi un caso. Dal singolo caso si passa alla casistica, al fine di individuare le costanti (”patterns”, in inglese) attraverso studi statistici e comparativi. Esistono banche dati per la catalogazione di avvistamenti, ad es. la ROOS dello svizzero Bruno Mancusi.
Ufologia scientifica
Ho affermato che esistono scienziati che studiano gli UFO. In effetti esistono anche lavori scientifici, tesi di laurea, articoli su riviste scientifiche ed anche una metodologia di ricerca. Quest’ultimo capitolo vuole offrire una insight, anche se per forza incompleta, di quest’ultima.
I mezzi a disposizione di un’inchiesta sono i ricercatori, la fotografia, i radar, la statistica, gli ufologi, i laboratori, i testimoni, l’ottica, ecc. Lo scopo è quello di capire cosa sia stato osservato, e non di andare a caccia di dischi volanti.
Al centro ci sta ovviamente lo stimolo, il fenomeno aereo non identificato, e badate che parlo di fenomeno e non di oggetto. Un’inchiesta professionale deve tener conto di quattro variabili:
1. ambiente psicosiciale (contesto sociale, culturale, azione dei media, ecc.)
2. testimonianza (deposizione, registrazioni)
3. ambiente fisico (tracce al suolo, registrazioni audio, foto, condizioni meteo, astronomiche, ecc.)
3. testimone (aspetti fisiologici e psicologici)
Il miglior protocollo di indagine di casi di questo genere è stato definito in Francia dal “Groupe d’Etude des Phénomène Aérospatiaux Non-identifiés” (GEPAN, 1977-’88), poi divenuto “Service d’Expertise des Phénomènes de Rentrée Atmosphérique” (SEPRA, dal 1988), organo facente parte del CNES ed incaricato dello studio di fenomeni aerei non identificati.
La prima fase è l’inchiesta sul luogo. Ogni conversazione viene registrata su nastro. I testimone viene interrogato (o i testimoni separatamente), ricreando in modo fedele le condizioni originali (stessa auto, percorso, posteggio, …). Si procede alla ricostruzione dei fatti: il testimone racconta più volte le fasi del suo avvistamento (per confrontarle), misurando la durata e le distanze, senza dimenticare la forma e l’aspetto del fenomeno osservato, la dimensione rispetto ai riferimenti circostanti (case, alberi,…). Sulle indicazioni del testimone, grazie ad un teodolite WILD, i ricercatori calcolano le misure e le distanze. Il testimone realizza disegni del fenomeno osservato (uno ha persino realizzato una maquette in legno!).
Un successivo metodo si serve di due ricercatori che si posizionano in corrispondenza del punto in cui il fenomeno è stato osservato in cielo o a terra, in modo da misurare distanza dal testimone o la dimensione del fenomeno stesso.
Segue un incontro fra testimone e psicologo.
Il colore del fenomeno osservato riveste uguale importanza: per evitare descrizioni poco chiare o peggio ancora interpretazioni errate, ci si serve della paletta di colori Pantone, nella quale ad ogni colore viene associato un codice (diciamo anche che ad ogni colore Pantone corrisponde un inchiostro, contrariamente alla quadricromia CMYK che ricava un colore da quattro inchiostri).
La seconda fase tende a raccogliere i dati ed a studiarli: coerenza del o dei testimoni, paragone del fenomeno con altri fenomeni noti: esiste una tabella-promemoria, realizzata dall’astronomo Claude Poher nel 1977, con lo scopo di aiutare l’investigatore a riconoscere i fenomeni più comuni. Lo psicologo valuta le caratteristiche di ogni osservazione. Infine, una volta raccolti i rapporti di tutti gli specialisti, è il momento di trovare una spiegazione. Se il fenomeno presentasse caratteristiche fisiche sconosciute e riscontrate anche sull’ambiente, con un rapporto dettagliato e completo, allora potremmo parlare di oggetto volante non identificato. Vi assicuro che questi casi esistono.
Conclusioni
A conclusione di questo articolo, appare evidente come non tutti conoscano la corretta metodologia. Di grande importanza riveste la tutela ed il rispetto del testimone e della sua privacy, specialmente in Italia. Mai dare in pasto ai media un testimone o un caso ancora non capito. Inoltre, come si evince, sono richieste diverse consulenze esterne, la collaborazione della polizia, una buona cultura scientifica e… fondi. Le consulenze non sono gratuite, le analisi di laboratorio costano. Infine, non tutti gli scienziati sono contenti se il loro nome venisse associato a degli ufologi; molti poi fuggono delusi dall’ufologia dopo averne constatato lo status quo di calderone. Da qui le difficoltà per un privato di trovare mezzi adeguati.

Michele Bugliaro Goggia








