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Le origini storiche del Thanksgiving

La festa del Thanksgiving ha origini storiche molto antiche, che risalgono al periodo dei Pellegrini del Mayflower. Questa festa ha però anche un valore umano molto "naturale": il ringraziare Dio per quanto si è ricevuto durante tutto l'anno.

Festa annuale che ricorre il quarto giovedì di novembre

Festa annuale che ricorre il quarto giovedì di
novembre
. È una festa molto sentita dagli Americani, in quanto a qualsiasi
religione essi appartengano, sentono il dovere di ringraziare il loro Dio
per tutti i favori ricevuti durante l’anno. Più sentita del Natale, che, essendo
una festività religiosa cristiana, non viene riconosciuta da altre religioni
presenti nel paese. È consuetudine la riunione della famiglia attorno al tavolo
di casa per consumare i piatti tipici della tradizione. Chi non ha una famiglia
oppure è da solo, con la famiglia nel paese d’origine, riceve normalmente un
invito da parte di amici o conoscenti.

Sappiamo che gli Americani, per ragioni di lavoro,
di studio, o per motivi personali, si spostano facilmente da un punto all’altro
della nazione, ma in questa occasione sentono il richiamo alla riunione coi
propri cari e la vigilia della festa registra il più intenso traffico aereo
di tutto l’anno
.

In origine includeva anche un ringraziamento per gli
indiani del Nord Est (Algonchini) che
aiutarono i

Pellegrini del Mayflower
a sopravvivere durante il primo inverno dal
loro sbarco, fornendo loro zucche, granturco e tacchini
selvatici
che sono diventati i piatti tradizionali.

È usanza tra alcune vecchie famiglie del New England,
di posare cinque grani di granturco su ogni piatto del tavolo a ricordo dei
giorni di carestia, quando le scorte erano così scarse che soltanto cinque grani
venivano distribuiti ad ogni persona. I Pellegrini vollero far ricordare ai loro
figli i sacrifici, la sofferenza, la vita dura che rese possibile l’insediamento
nella nuova terra. Oggigiorno i cinque grani posati su ciascun piatto sono il
ricordo di un eroico passato.

Riferendoci al passato, permetteteci una digressione
storica. Un vuoto incolmabile separava gli Indiani d’America e i primi
esploratori o coloni Europei; la barriera più ovvia (lingua) si dimostrò la meno
importante. Gli Indiani vedevano gli Europei come persone magiche in possesso di
bastoni di fuoco (fucili) e di enormi cani (cavalli), non comprendevano perché
adorassero un Dio che prometteva la vita eterna ma che non poteva prevenire la
loro morte. Gli Europei  vedevano invece dei pagani seminudi che spesso
praticavano sacrifici umani, torture e mutilazioni delle loro vittime.  Non
interessati al complesso credo religioso e alla mitologia degli Indiani, le
consideravano come manifestazioni di barbaro paganesimo. L’arte richiesta nella
costruzione del vasellame o dei cestini, nella scultura del legno, negli
ornamenti di perline, non avevano alcun interesse per uomini alla ricerca
dell’oro. Anche i principi di cooperazione tra diverse tribù, non erano visti
come una sofisticata organizzazione politica, ma piuttosto come un impedimento
alla divisione e alla conquista dei territori.

Gli Indiani vivevano in armonia con la natura;
cacciavano, pescavano e coltivavano solo in base alle loro necessità;
occasionalmente commerciavano tra loro prodotti di cui erano privi. Credevano
che la terra appartenesse a Dio e fosse stata loro fornita in usufrutto. Di
conseguenza, quando le tribù indiane firmarono trattati con i bianchi, pensarono
di concedere ai nuovi venuti i diritti temporanei per la caccia e per la pesca.
Gli Europei invece consideravano il trattato quale diritto di proprietà.

Le differenze tra le due mentalità allargò il citato
vuoto incolmabile e condusse a guerre sanguinose in cui ogni gruppo accusò
l’altro di rottura del trattato.

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