Incoherence (Fie! 2004 - 48'56'')

Incoherence è il disco nuovo di Peter Hammill. Come possa esserci del "nuovo" nel disco di un artista che ha all'attivo oltre 30 ore di musica scritta e pubblicata, è un mistero, ma certo non c'è risparmio di impegno in quest'opera che, visti i guai cardiaci verificatisi proprio poco dopo la conclusione delle registrazioni, poteva essere veramente l'ultima.

Andando a scavare negli oltre 41 minuti dei 14 movimenti che compongono il CD è inevitabile finire con l’identificare qualcosa che sembra già sentito in altri frammenti della lunga vita del Nostro, ma l’unitarietà dell’insieme risulta in un’opera veramente diversa e che trasmette emozioni inedite, anche al conoscitore più smaliziato. Emozioni nuove, ma non gratuite o immediate, perché il disco è denso, pieno, per molti versi “difficile” da seguire e da ascoltare. Il musicista Hammill è sempre lui (e nemmeno vorremmo fosse un’altra persona) ma non è “il solito” Hammill che ascoltiamo, almeno non quello degli ultimi dischi: c’è uno sforzo, una ricerca che sono evidenti sia nei testi che nelle scelte musicali. I risultati possono essere non sempre condivisibili, ma traspare un impegno che non è facile ritrovare in altri pur grandi artisti suoi coetanei.

Le collaborazioni – essenziali - sono limitate ai due maestri di armonie Stuart Gordon e David Jackson, trascurando la sezione ritmica che è quasi interamente affidata ai bassi dei synth: un’altra scelta che può fare discutere ma che va accettata come tale, espressione di questa fase artistica quasi opposta a quella del K Group di 20 anni fa. Lontano una generazione dalle chitarre del precedente Clutch, più ispirato e vivace rispetto alla discografia post Fireship, Hammill accosta (come suo stile) tasselli musicali antitetici, nervosi, languidi, ma mai stucchevoli o smisurati. Tutto è in buona sintesi con testi ermetici e carichi di doppi significati: nell’analisi spietata del potere e delle storture del linguaggio l’affresco è indubitabilmente efficace.

Dopo l’introduttiva When language corrodes, convincono Babel e Your word, prima di lasciare il posto ai motivi più anonimi delle tracce centrali. Di grande efficacia Converse, coi suoi sussulti e le sue aperture che sfociano in una Gone ahead riflessiva e premonitrice. Inevitabili ma impossibili i confronti con le grandi suite del passato: Plague of lighthouse keepers all’apice dell’era VdGG e Flight dal periodo della limpida furia sperimentale dei primi anni ’80 appartengono a un altro uomo e a un altro artista, meno maturo e riflessivo dell’attuale ma più vivace ed immaginifico. In ogni caso un disco destinato a dividere, a scontentare e soddisfare più degli altri.
(Recensione di Emilio Maestri tratta da Wonderous Stories #24)

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