The Margin + (Fie! 2002 - 2CD)

Ricordo ancora il pomeriggio in cui mi trovavo da Disfunzioni Musicali a Roma, a rovistare come di consueto tra gli scaffali alla lettera H. Era con ogni probabilità il 1987. Scorrendo le varie copertine dei vinili, ne notai una di indubbio effetto: una foto in bianco e nero di Peter Hammill, di profilo. La bocca spalancata, le vene del collo gonfie in un urlo devastante. In alto a sinistra, sullo sfondo nero, una piccola scritta bianca: “The Margin - Peter Hammill & The K Group - Live”.

Pubblicato in origine nel 1985 per la Fondry come doppio vinile, The Margin vede finalmente la luce in CD nella sua interezza su etichetta FIE!, dopo che la monca ristampa Virgin, orfana di un brano, era peraltro diventata ormai introvabile. Si torna dunque indietro nel tempo, nel cuore di quegli anni ottanta quando “non ci si poteva muovere senza sentire dappertutto il suono dei sintetizzatori” (Hammill, dal ricco booklet interno al CD). Il K Group nasceva così fin dall’inizio in violenta antitesi, in totale e consapevole controtendenza: due chitarre - oltre a Hammill, John Ellis, già nella band di Gabriel - più la sezione ritmica dei VDGG, ovvero Guy Evans e Nic Potter.

Sebbene la line up in questione resista per soli due album in studio e una cinquantina di concerti, distribuiti tra il 1981 e il 1984, il gruppo vive in questo breve lasso temporale un’innegabile evoluzione: a partire dal rock scarno e diretto degli inizi, fino alla proposta più variegata ed elegante, venata di un filo di noise ed elettronica, che contraddistingue l’ultima tournée della band nell’ottobre del 1983. Da questa tournée è appunto tratto The Margin, live che riporta in parte alla mente il glorioso Vital per la sua crudezza sonora, seppure illuminato da gemme inarrivabili come l’epica Flight, suite da venti minuti con Hammill splendido al piano. Meno interessante forse il secondo bonus CD, contenente altri nove brani live presi da alcuni concerti del 1982, anch’essi comunque caratterizzati da quella carica nervosa che la foto di Anton Corbijn, bellissima, in copertina, racconta probabilmente meglio di qualsiasi recensione. (Recensione di Paolo Carnelli tratta da Wonderous Stories #20)

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