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Il Generatore risponde "Presente"

Cosa vogliono dirci i VDGG con questo nuovo disco? Probabilmente soltanto raccontarci la storia di un nuovo incontro, consumato senza starci a pensare tanto su, con l’entusiasmo di chi si ritrova dopo tanto tempo e si immerge in una nuova avventura consapevole di tutto quello che già è stato e di quanto tempo è passato dall’ultima volta.

Una settimana di tempo, una villa a disposizione, i vecchi ferri del mestiere a portata di mano, nastri che corrono pronti a catturare la scintilla quando scoccherà. Al primo ascolto colpisce quanto poco di “nuovo”, nel senso stretto del termine ci sia sul primo dischetto. E l’atmosfera, aperta ma estremamente grezza, da jam ancora non strutturata. Un’istantanea di un progetto che è ancora in fase di incubazione. World Record, con la sua ossessiva ricerca dell’interplay strumentale è, forse inaspettatamente, il punto di partenza più evidente.

Già Every bloody emperor, pur richiamando apertamente l’ultima produzione dell’Hammill solista, piano elettrico un po’dozzinale incluso, va a lambire la progressione di We go now e gli intrecci di Meurglys III. È chiaro che bisogna ragionare più in termini di piccole cellule musicali che si ripetono, di preziosi momenti di intesa, che di “canzoni” vere e proprie. Colpisce il mastodontico riff d’organo di Abandon Ship, incastonato in un nonsense vocale e strumentale dal sapore Gonghiano, e il bel giro di basso elettrico che conduce le danze in Babelsberg, minata però da una chitarra elettrica molto insistita e quasi fastidiosa. Quasi sempre (Nutter Alert, Boleas Panic) si gioca sulle giustapposizioni di riff; le melodie vocali sono solo abbozzate. Il coagulo è rosso scuro, un grumo pulsante ancora imperscrutabile.

Il secondo disco, che propone dieci tracce improvvisate, pesca inaspettatamente dallo stesso ambito esperenziale del primo, essendone decisamente premessa piuttosto che sviluppo. Il territorio battuto è in parte quello oscuro di It all went red/Time vaults, in parte quello marcatamente jazzato di una coda di Lemmings espansa quasi all’infinito. Una delusione? Non del tutto. Però viene da chiedersi se sia saggio dopo trent’anni pubblicare un disco contenente appena 35 minuti di materiale ancora molto grezzo, valido, ma decisamente poco strutturato. Ci sarà un (nuovo) disco? Per ora possiamo confermare quello che ha scritto Hammill: “Yes, the spark was there”. La speranza è che, magari dopo l’esperienza live di quest’estate, la scintilla torni ad essere incendio e tempesta. (Articolo di Paolo Carnelli)

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