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VDGG a Londra: standing ovation

È difficile descrivere l’atmosfera che si respirava alla Royal Festival Hall a poche ore dal ritorno dei Van Der Graaf Generator. Certamente non era una semplice attesa quella che accomunava le tante centinaia di pilgrims accorsi da tutte le parti del mondo per quello che può essere realmente considerato come uno dei più grandi eventi nella storia della musica degli ultimi anni...

Mentre un’ottima orchestra jazz allieta il grande foyer e il merchandise viene preso d’assalto, capisci che c’è qualcosa di diverso quando incroci nella calca anche quelle persone che non hai mai incontrato in tutte le altre occasioni e che non ti aspettavi di ritrovare lì a Londra in quel momento. Gli impegni di lavoro, i soldi, la distanza passano tutte in secondo piano: a novembre queste persone hanno bruciato in poche ore tutti i 2500 posti della RFH e ora sono qui, “wondering, that it’s all been true”.

Quando si spengono le luci della grande sala e i Nostri hanno preso posto sul palco bastano pochi secondi per capire che serata sarà. Bastano le note staccate di flauto di The Undercover Man per “partire per una nuova avventura, un nuovo viaggio temporale”, come ha scritto Ian Laycock nella postfazione a The Box. Un viaggio che stavolta però ci riporta indietro di trent’anni esatti, quando i VDGG appena riuniti si scaldavano i muscoli in Galles in attesa del grande ritorno sui palcoscenici europei. Anche allora quel flauto emergeva nel buio, chiamando a sé la batteria, l’organo e la voce in un climax carico di tensione. Nulla è cambiato. Dimenticati in un attimo i soundbeam, gli octopad, i pianoforti a coda e i sintetizzatori: chi ha in mentre la bella foto contenuta nel libretto della compilation I Prophesy Disaster è protagonista di un deja vu esaltante. Hammill a centro palco con la sua camicia bianca, sagoma dinoccolata e scostante; a sinistra Banton con i suoi emulatori di organo posizionati uno sopra all’altro a simulare un vero Hammond a doppia tastiera; a destra Jackson, l’immancabile cappello e una camicia lucida molto anni ‘70, circondato dai suoi pedali e dai suoi effetti; dietro a tutti Evans, il “cervello”, l’immagine della solidità e della sicurezza, testa rasata e collo taurino, due cavità nere al posto degli occhi come in una maschera greca… i VDGG di oggi sono i VDGG di ieri, e viene da chiedersi se fosse davvero così scontata una congruenza tale per un gruppo che tornava sulle scene dopo così tanti anni.

Foto Paolo Carnelli

I quattro suonano bene, anzi benissimo. Le note di The Undercover Man sfumano e come allora si rimane un attimo sospesi in attesa di capire se Scorched Earth è in arrivo o meno. Hammill si siede alla DX7 e la prima facciata di Godbluff è servita. La tensione iniziale è ormai svanita e Refugees culla dolcemente un pubblico elettrizzato dalla cavalcata strumentale precedente. Spicca la cura filologica con cui il gruppo si accosta nuovamente ai vecchi brani, l’attenzione per i dettagli presenti su disco e spesso trascurati nelle esibizioni live dell’epoca, la maturità del suono. Every Bloody Emperor e Nutter Alert confermano il legame tra Present e la vecchia produzione del Generatore, scivolando in maniera assolutamente naturale tra le pieghe della setlist. Ma il meglio deve ancora venire: Lemmings e soprattutto Darkness sono veementi e più che mai tirate. Hammill quando non suona o canta si muove come un leone in gabbia lungo il palco, girando dietro ai suoi compagni, incitandoli a spingere mostrando il pugno chiuso. Black Room è un po’una sorpresa, ma del resto “se i VDGG nel 1972 non si fossero sciolti sarebbe finita sull’album successivo a Pawn Hearts”. Si tira il fiato con Masks e Childlike Faith in Childhood’s End, unico (purtroppo) estratto, almeno per stasera, da Still Life. Poi il gran finale di The Sleepwalkers e Man-erg, una chiusura trionfale che merita la standing ovation del pubblico. Il bis è inevitabile e ancora a sorpresa arriva Killer, l’inno che il gruppo nel 1975 si rifiutava di eseguire perchè voleva “guardare al futuro”. Ma ormai VDGG non ha più fantasmi da cui fuggire, e il suo passato è più che mai il suo Presente. Wondering riassume magicamente lo stato d’animo di tanti presenti, ancora increduli per quanto hanno visto e sentito in queste due ore di concerto. Le ultime note di flauto si spengono riprendono in maniera geniale quelle iniziali di The Undercover Man, una finezza che forse i vecchi VDGG non sarebbero stati in grado di pensare.

Foto Alison Smart

Quattro grandi musicisti, quattro grandi uomini salutano il pubblico. Una menzione particolare la merita Hugh Banton, come al solito quello che tutti aspettavano più al varco. E’ anche grazie alle sue mani e ai suoi piedi, impegnati dall’inizio alla fine in una incessante danza sulla pedaliera dell’organo, che il Generatore ha finalmente ripreso a caricare. (Paolo Carnelli - foto Hammill by Alison Smart)

Setlist: Undercover Man/Scorched Earth/Refugees/Every Bloody Emperor/Lemmings/Nutter Alert/Darkness (11/11)/(In The) Black Room/Masks/Childlike Faith in Childhood’s End/The Sleepwalkers/Man-erg. Bis: Killer/Wondering

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