
Volume alto, acustica non buonissima alla faccia del Conservatorio: il suono è impastato, chiuso, gli strumenti combattono tra loro per riuscire a emergere. La voce di Hammill è un urlo in mezzo alla tempesta. Il concerto di Londra, per chi c’era, sembra una versione unplugged di quanto va in scena a Milano. La scaletta rimane la stessa, anzi, perde per strada un pezzo, Nutter Alert, fagocitato dalla concitazione del momento: Banton per errore parte con Darkness e Hammill sceglie di andare avanti sacrificando il brano di Present. Peccato. La cronaca parla di un inizio palpitante con The Undercover Man, seguita da una Scorched Earth non priva di pecche. Hammill, più in mood “solo” che di gruppo per gran parte del concerto, al piano sembra quasi sempre un passo avanti o un passo indietro agli altri. Le cose vanno meglio quando si concentra sulla voce: anche a Milano, come a Londra, Darkness è un po’ il punto di svolta della serata. Childlike Faith purtroppo soffre di qualche imprecisione di troppo nelle parti di chitarra, ma il finale con Sleepwalkers e Man Erg è da brividi.
Il pubblico regala al gruppo una lunga standing ovation. Nel bis arriva il momento più particolare: Killer, con la gente ormai assiepata in piedi sotto il palco, un coro unico di voci che canta agitando le braccia. Sembra di essere tornati al Teatro Massimo, nel 72. “Adesso ho capito perché nel 1975 in Italia tutti chiedevano Killer” mi dice un fan inglese. Ascoltare Killer in Italia è come una liberazione, testimonia come VDGG non abbia più paura di confrontarsi con il suo passato. Wondering chiude il concerto in maniera particolare. “Ora però vogliamo salutarvi con qualcosa di meno forte”, spiega Hammill. In quel testo è possibile captare mille premonizioni, mille significati, mille spiegazioni. Era l’ultima traccia di World Record. Una preghiera. Diceva che prima o poi il Generatore sarebbe tornato. Così è stato. (Foto: Zero the Hero)


Paolo Carnelli








