
Ancora una volta è stata rispettata la tipica tradizione Vandergraffiana: dopo l’esibizione energica ma altalenante di Milano, quella impeccabile e palpitante di Roma, ideale punto d’incontro tra la prima italiana e il debutto londinese. Del resto indiscrezioni del dopo concerto parlano di un gruppo che dopo la serata della Royal Festival Hall si è ritrovato insieme direttamente sul palco del Conservatorio. Ovvio perciò che la data dell’undici giugno abbia finito per diventare una specie di warm up del concerto romano.
Questa volta sono state le note di basso profonde di Darkness a dare avvio alle danze, facendo intuire la voglia da parte della band di rimescolare un po’le carte in tavola. Ma la vera sorpresa arriva a metà scaletta, con una Still Life epocale: il silenzio che accomuna i duemila del Centrale durante la parte iniziale per voce e organo è da brividi, mentre la fragorosa esplosione rimanda direttamente all’energia che il gruppo sprigionava sul palco nel lontano 1976. Quando dopo la chiusura epica di Man Erg i quattro tornano sul palco, Hammill si siede dietro la sua DX7 e racconta una storia sui vecchi tempi: “Alla fine dei nostri concerti il nostro manager, Tony Stratton Smith, entrava sempre in camerino per farci i complimenti ma anche per rimproverarci: avete suonato benissimo, il concerto è stato stupendo, diceva, ma avreste dovuto suonare Refugees”. E non poteva esserci modo migliore per unire ancora di più il pubblico del Centrale, ormai assiepato sotto lo stage, che l’epopea straziante di Mike e Susie, la cui coda strumentale sembra quasi non finire mai. “Il mio lavoro per stasera è finito” dice Hammill. Una baldanzosa Theme One, altra sorpresa della serata, chiude l’esibizione con un taglio gioioso.
Purtroppo non basteranno oltre dieci minuti di applausi per far tornare i Van Der Graaf sul palco: “avevamo già dato tutto, e poi gli spogliatoi erano troppo lontani, non capivamo cosa stesse succedendo”, diranno i quattro ai fan salendo sul pulmino grigio che li riporta in albergo, mentre in tanti hanno in mano il libro con le traduzioni dei testi realizzato dallo Study Group. Ancora una serata da ricordare. Grazie Roma e grazie soprattutto a chi, come Guido Bellachioma, si adopera da anni per fare in modo che serate come questa possano accadere. (Foto Emilio Maestri)


Paolo Carnelli








