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Un sassofono per il Licantropo

Abbiamo incontrato il batterista e membro fondatore dei Mangalavallis, Gigi Cavalli Cocchi, prima del concerto del gruppo alla Stazione Birra di Roma l’11 novembre scorso, ideale data zero del tour promozionale per l’uscita del nuovo album Lycanthrope. Inevitabile qualche domanda sulla collaborazione con il sassofonista dei VDGG David Jackson, presente nel disco come ospite in due tracce…


[D] Allora Gigi, com’è nata questa collaborazione tra i Mangalavallis e David Jackson?
[R] Ho incontrato David diversi anni fa grazie a un amico comune che tu ben conosci, ovvero Emilio Maestri (il presidente e fondatore del Gruppo di Studio per le opere di PH e dei VDGG – ndr). Emilio mi ha invitato a uno stage di David legato alla musicoterapia per i disabili, al soundbeam. Io avevo già partecipato a un corso di musicoterapica, tra l’altro proprio qui a Roma, ed ero molto interessato a questa nuova frontiera, all’utilizzo di questo nuovo strumento, e di conseguenza ero molto curioso di vedere all’opera David. Per me all’epoca questo aspetto dell’attività di David era una novità: poi in realtà ho anche saputo che lui è laureato e che ha le basi scientifiche per poter proporre questi metodi. Di conseguenza ho partecipato a questo primo stage alcuni anni fa, in cui ho avuto modo di scoprire oltre a questo nuovo strumento soprattutto la grande capacità comunicativa e la grande umanità di David. È un grandissimo comunicatore: il soundbeam è un grande strumento, per carità, però sicuramente lui sarebbe in grado di fare determinate cose anche a mani nude. In questo senso è veramente unico.


[D] Cosa ricordi in particolare di questo primo incontro?
[R] Ricordo questa stanza dove c’erano molte persone, molti ragazzi disabili ma anche molti accompagnatori, molti semplici ospiti e come me persone interessate a quello che stava succedendo. Lui a un certo punto ha fatto una domanda, ha chiesto se c’era un batterista in sala. Io mi sono trattenuto perché non volevo sembrare invadente, anche se l’idea di suonare con David mi piaceva molto (ride). Il caso e la fortuna ha voluto che non ci fossero altri batteristi, così ho alzato piano piano il dito e lui mi ha tirato subito lì in mezzo ai ragazzi e mi ha spiegato come utilizzare il soundbeam. Ci sono anche dei suoni percussivi, è uno strumento composto anche da vari pulsanti, perciò si utilizza proprio a percussione, e la nostra prima session è nata così, con lui che suonava il sax e io che cercavo di far suonare questo strumento.


[D] E poi?
[R] Grazie a questa occasione è nata una conoscenza che poi è continuata l’anno successivo, nel 2003, in un altro stage sempre a Guastalla, e a me è venuta voglia di farlo diventare un momento di incontro che avesse a che fare anche con i Mangalavallis. Per cui ne ho parlato a Emilio, Emilio ne ha parlato a David, gli abbiamo dato il nostro primo album, The Book of Dreams, e lui si è reso disponibile a questa cosa. Nel frattempo abbiamo avuto modo di suonare nuovamente insieme in uno spettacolo fatto nella chiesa di Santa Chiara a Guastalla insieme a Tony Pagliuca e ad altri musicisti, e così lui ha accettato questo invito ed è venuto a trovarci nel nostro studio.


[D] Oltre al primo album gli avevate fatto sentire qualcosa del nuovo lavoro prima di coinvolgerlo in fase di registrazione?
[R] No, non gli abbiamo fatto sentire assolutamente niente perché eravamo curiosi di “portarlo a casa nostra” e presentargli questa idea, per vedere qual’era la prima reazione legata all’ascolto e a quello che gli veniva in mente istintivamente, tanto per riagganciarci al discorso dell’istinto che sta alla base del concept di Lycanthrope.


[D] Che tipo di indicazioni o richieste gli avete fatto?
[R] Nessuna. Gli abbiamo lasciato completamente carta bianca. In realtà David ha registrato molte più cose di quelle che poi abbiamo utilizzato, però quando arriva senti proprio questo suono unico e inconfondibile.


[D] Avevate già deciso in quali brani coinvolgere Jackson?
[R] Sì, avevamo individuato due brani, The Boy that Howls at the Moon e The Mask, che poi sono quelli su cui ha suonato, anche se è soprattutto nel finale di The Mask che viene fuori molto di più il suo contributo, ma in tutti e due i brani ci sono delle cose un po’ più mascherate. La stessa The Mask ha delle sonorità che uno non immaginerebbe mai che le possa aver fatte lui con degli strumenti a fiato, tutti a fiato: ricordo che è arrivato in studio con un flight case pieno di tutti gli strumenti a fiato possibili. Determinate atmosfere gli ispiravano delle cose e noi gli abbiamo lasciato carta bianca.


[D] C’è la possibilità in futuro di vedere insieme dal vivo Mangalavallis e Jackson?
[R] Chi lo sa, tutto è possibile. D’altra parte negli ultimi tempi sto stringendo dei rapporti molto piacevoli con questi musicisti che vengono dal mondo dei VDGG… non ti nego che per me è una grande gioia, un grande regalo; anche le ultime esperienze avute con Judge Smith e John Ellis a Guastalla hanno lasciato un segno.

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