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Sono nato per scrivere canzoni...

Mentre l'anno volge al termine e in molti si chiedono quali saranno i prossimi passi del Generatore, riportiamo qualche stralcio di un'intervista pubblicata sul giornale russo "Gazeta" (#202, 25.10.2005). Una buona occasione per capire qualcosa in più della sorprendente reunion e di Hammill compositore, poeta e cantante.

Quali sono le tue sensazioni ora che sei tornato a suonare con i Van der Graaf, cosa si prova esattamente?
Bella domanda! (ride) È molto eccitante. Ad essere sincero, siamo rimasti tutti quanti sorpresi dal risultato. Non solo per il fatto che era una cosa difficile – musicalmente parlando la nostra produzione è molto complicata e richiede una grande quantità di disciplina e solidità per essere eseguita. Quello che più ci ha colpito è stata la dolcezza della gente, e come la gente abbia capito esattamente quello che stavamo cercando di fare. Ancora più che in passato. Non so se questo dipende dal fatto che la situazione nel mondo della musica è cambiata, o magari perché è ovvio che non stiamo facendo tutto questo per soldi (ride)


Come separi il lavoro con il gruppo da quello come solista?
VDGG è un gruppo democratico, in cui ognuno di noi ha le stesse responsabilità. Quando lavoro da solo, invece, sono io il solo responsabile di tutto, e conseguentemente tutto è più diretto ed esplicito. All’interno della band ognuno ricopre un ruolo e svolge funzioni differenti; il mio compito principale è quello di produrre del materiale, e questo ovviamente deve avvenire prima di andare in studio. Cerco di scrivere del materiale che possa riflettere le personalità di ognuno di noi e in un certo senso essere in linea con l’immagine dell’intero gruppo. Quando ci siamo incontrati ci siamo comportati un po’ come degli atleti che fanno parte della stessa squadra, dove ognuno è mosso dall’istinto che gli permette di sapere esattamente in che posto sarà il compagno in un dato momento.


Cosa sai delle sensazioni degli altri musicisti quando suonano con te con i VDGG o quando partecipano a un tuo disco solista?
Penso che le sensazioni siano quelle che ho anch’io. Quando fai qualcosa per qualcuno sei molto importante, perché vuol dire che quel qualcuno ritiene che tu possa dare qualcosa di specifico al suo progetto, qualcosa in più. Come musicista chiedi: “Io posso suonare questa parte così – ti serve o no?” Quando sei in un gruppo invece dici “Io voglio suonare questa parte così – se non sei d’accordo convincimi del contrario”.


Tu sei un compositore, un poeta e un cantante, tutto allo stesso tempo. Cosa viene prima?
Innanzitutto sono uno scrittore di canzoni. E nonostante le parole siano molto importanti per me, ritengo che la mia produzione sia fatta di testi di canzoni piuttosto che di poesie. Naturalmente si tratta di materiale che ha valore anche da solo, sulla carta, ma la sua funzione principale è quella di essere cantato. Dopo di che, mi reputo un cantante. Mi piace ancora molto cantare, è come volare – un’abilità che non è permessa a tutti. Solo a questo punto arriva il musicista. Questo nonostante mi piaccia suonare alla mia maniera e nel corso degli anni sia diventato un vero e proprio musicista.


Suoni sia le tastiere che la chitarra: quale strumento preferisci?
Cerco di essere il più possibile in sintonia con lo strumento che suono in quel dato momento. La chitarra la sento più vicina a livello fisico, ma amo entrambi. Sono due cose completamente differenti.


Ti consideri un musicista rock?
Diciamo che non sono un jazzista, né un musicista classico, e non suono musica folk. Dunque sì, mi considero un musicista rock anche se quello che faccio può essere descritto in tanti modi diversi e sono contro le categorizzazioni.


Come pensi sia cambiato, se è cambiato, il tuo output creativo durante tutti questi anni?
(Riflette) In qualche misura è cambiato, perché la vita cambia. Ora ad esempio ho una condizione di vita più stabile che in passato. Ma non si tratta di un cambiamento decisivo, piuttosto uno spostamento di prospettiva, di colore, di tono, come è logico che accada nella vita di ognuno di noi. Si diventa anziani, si conoscono più cose, se ne ricordano alcune, se ne dimenticano altre.


La musica inglese ha attraversato un periodo unico tra l’inizio degli anni 60 e l’inizio degli anni 70. C’era qualcosa di speciale nell’aria?
Era un periodo in cui sembrava che tutto fosse possibile; non c’erano norme restrittive, ognuno era libero di cercare di produrre la musica che preferiva. Era il tempo delle grandi possibilità. Ma con tante opzioni è facile anche finire in qualche vicolo cieco. Molte idee si sono rivelate feconde, altre magniloquenti e deprecabili.


Puoi indicare i tuoi maestri o artisti con cui senti di avere molto in comune?
Credo di no (ride)


Eredi o seguaci?
Uguale. Molte persone mi hanno detto in momenti differenti che sono stati influenzati dai miei lavori solisti o dai VDGG, ma credo parlassero di qualcosa di molto specifico, non necessariamente dal punto di vista musicale.


Negli anni 80 hai sperimentato molto con l’elettronica. Pensi che questi esperimenti siano stati validi?
Dovevo farli. All’epoca non c’erano tutte le possibilità che ci sono ora, e proprio per questo era più interessante provare a costruire delle cose. Cercavo approcci differenti; il suono elettronico puro era molto interessante per me. Ora ci sono tanti modi economici per registrare musica, con tante opzioni differenti, forse anche troppi, e questo è un male se non si assume un atteggiamento molto assertivo nei loro confronti.


Sei soddisfatto della tua posizione nel mercato discografico, della tua popolarità?
Diciamo che i miei lavori avrebbero potuto raggiungere un pubblico più vasto. Però sono in una posizione privilegiata, perché ho continuato a lavorare per 40 anni seguendo un mio cammino, e così sono riuscito a costruire la mia vita. Per me questa è la cosa più importante, piuttosto che aver dovuto fare dei compromessi per avere un maggiore successo di vendite.


(grazie a Mikayel Abazyan)

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