
L’ultima volta di Hammill “solo” in Italia era stata nel maggio del 2003, per i due bei concerti di Sarzana e dell’Universale di Firenze, quest’ultimo organizzato con la partecipazione del PH & VDGG Study Group. Tre anni, in cui sono successe tante cose: l’infarto del dicembre 2003, la pubblicazione di Incoherence, l’inattesa reunion del Generatore. A pochi giorni dall’uscita del nuovo album Singularity, Hammill è di nuovo solo sul palco, con un pianoforte e una chitarra acustica, e il suo bagaglio di racconti ed emozioni. È un concerto che se da un lato vuole riprendere il filo esattamente da dove si è interrotto, ovvero da quell’incontro di tre anni fa, dall’altro deve fare i conti con tutto quello che nel frattempo è accaduto. Non ci sono dunque grosse sorprese o stravolgimenti in scaletta, anzi, rispetto al 2003 sono scomparse perle come Slender Threads, Yoga e German Overalls, anche se proprio di recente i primi album di Hammill hanno trovato nuova vita in versione rimasterizzata. L’artista inglese viaggia con il suo repertorio collaudato di canzoni, da cui ogni sera pesca quelle che meglio riflettono la sua sensibilità e il suo stato d’animo.
Nella piccola sala (350 posti) del Teatro Studio, l’ascolto è intimo e l’atmosfera estremamente raccolta, così distante da certi concerti italiani, dove il brusio del pubblico o il tintinnare dei bicchieri fa spesso da sottofondo alla performance. L’attenzione è dunque tutta rivolta al palco, illuminato sobriamente ma in maniera decisa, su cui Hammill sale con qualche minuto di ritardo, per andare a sedersi al piano. La partenza è lenta e laboriosa. My Room è sempre stata una delle opener preferite da Peter, ma stasera la performance è condizionata da molte incertezze nell’accompagnamento. Lo stesso disagio si respira, pur in maniera minore, nelle successive Nothing Comes e Tenderness. La svolta arriva con A Better Time, eseguita in maniera sicura e coinvolgente. Poi l’annuncio inatteso, nel solito italiano un po’ buffo: è il momento di una “world premiere” dal nuovo album in uscita tra pochi giorni. Un momento a detta dello stesso Hammill “molto pericoloso”, e infatti non si può dire che Meanwhile my Mother risulti particolarmente incisiva, anzi, suona un po’ trascinata e incerta, ma il pubblico giustamente apprezza il coraggio della scelta e tributa a Peter un lungo applauso.
Il passaggio alla chitarra acustica apre la fase migliore del concerto. Seduto su uno sgabello altissimo, Peter capisce che questa sera tutte le dinamiche possono essere gestite con precisione, grazie all’attenzione religiosa del pubblico e a un impianto audio di altissima qualità. Già nella iniziale Comfortable si va dal pianissimo al fortissimo, dal sussurrato all’urlato, dalle corde appena pizzicate alla pennata decisa ed energica. Questa parte del set è una sequenza di piccoli gioielli: da una struggente Shingle Song a una poetica The Birds, da Time for a Change a Patient, ancora più suggestiva con il primo coro quasi bisbigliato, come sul disco. Poi il ritorno al piano, e, inattesa, la perla della serata: una The Lie impeccabile, lucida, rigorosa, sentita, con il pianoforte acustico ad aprire e chiudere con un potente ruggito. C’è ancora tempo per una commovente A Way Out, e la scarica energica di Traintime. “Ancora una sola poi pensiamo al futuro”. Easy to Slip Away, solitamente un pezzo d’apertura, chiude la serata con un soffio di malinconia.
Peter sapeva di Alessandro, il giovane fan scomparso quest’estate. Sapeva che sabato 25 novembre sarebbe stato il suo compleanno, e che lo avrebbe festeggiato all’Auditorium insieme a noi, insieme a lui. Ripercorrendo la scaletta, sembrano essere più di uno i richiami a questa situazione: dal “regalo” della prima performance in assoluto di un nuovo brano, alle tematiche di pezzi come The Birds, Patient, A Way Out pezzi classici che Peter però non esegue tutte le sere. Fino alla stessa Easy to Slip Away, che si carica di nuovi significati, quando a scivolare via è la vita di un ragazzo fino a poco tempo fa pieno di energia e voglia di fare. Hammill si mette le mani sopra gli occhi, per proteggersi dalle luci e riuscire a guardare il pubblico che continua ad applaudirlo. Domani c’è Milano; poi si inizia a scaldare il motore del nuovo Generatore.

Paolo Carnelli








