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Ambrogio Fogar

Il viaggio più lungo

Ho deciso di dedicare il mio primo intervento a colui che, per molti, incarna lo spirito stesso della dimensione avventura: Ambrogio Fogar.
Colui che per primo ha avvicinato la gente comune a quel modo nuovo e diverso di concepire il viaggio come scoperta interiore, oltre che geografica.

Chi non ricorda l’emozione trasmessa dal suo volto sorridente, i capelli mossi dal vento, stagliato su uno sfondo d’incanto naturale, in “Jonathan”?

Quanti di noi, allora forse ragazzini, stregati da quelle immagini, da quei racconti, non hanno pensato: “anch’io un giorno partirò”?

In tempi ancora non sospetti, prima che diventasse una moda, prima che i media travisassero l’idea stessa di avventura, tacciando di follia questa nuova generazione „nolimits“,
prima che le esigenze di record e sponsor soppiantassero il gusto della pura impresa…prima che una superficialità imperante fra la gente comune producesse la bigotta classificazione di „quelli che se la vanno a cercare“…
semplicemente, con passione, Ambrogio ci ha parlato di luoghi lontani, impervi, mostrando la dimensione più pura di quello spirito libero chiamato “avventura”, che spinge a scoprire cosa c’è oltre la linea dell’orizzonte visibile,fuori dalle gabbie mentali,oltre la paura della diversità.

Alcuni hanno seguito le sue orme, altri lo hanno criticato. Ma non si può non provare ammirazione per le sue imprese.

A diciotto anni attraversa le Alpi con gli sci. Si dedica al paracadutismo e ottiene il brevetto di pilota su aerei acrobatici.

Provetto marinaio, attraversa in solitario l‘ Atlantico del Nord, senza timone. Compie il giro del mondo in barca a vela in solitario,nella direzione opposta ai venti e alle correnti.
Nel 1978 è vittima di un naufragio al largo delle Falkland. Rimane alla deriva su una zattera, con il suo amico Mauro Mancini, per 74 giorni prima di essere salvato.

Tenta di raggiungere a piedi il Polo Nord, accompagnato solo dal suo fedele cane Armaduk.
Poi viaggia in lungo e in largo per il mondo,con la troupe di Jonathan, regalandoci orizzonti meravigliosi e nuovi colori esistenziali.

Affascinato dal deserto, partecipa a tre Parigi-Dakar e Tre rally dei Faraoni.

Nel 1992, durante il raid Parigi-Mosca-Pechino,
la macchina su cui partecipa come navigatore,
si ribalta su una duna.

Ambrogio si ritrova con la seconda vertebra cervicale spezzata e il midollo spinale tranciato.

Da allora è condannato all’immobilità assoluta.

Un tragico schiaffo del destino ha tagliato le ali a Jonathan.

Paradossalmente, dopo aver sperimentato aria, terra e acqua, Ambrogio è costretto a restare fermo nel fuoco amaro di una grande sfida.

Il viaggio piu‘ lungo, nei dedali interiori di una scelta coraggiosa che si ripete ogni giorno, fedele al suo spirito indomito.

Un saluto da tutti noi, Ambrogio.

Oggi come allora, hai qualcosa da insegnarci.

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