Questo sito contribuisce alla audience di

I tredici cancelli

L’urlo del metallo è empio. Osceno. Ti frantuma ogni risorsa cerebrale. Fai fatica a dare al tuo corpo gli ordini piú banali. Ti senti incapace. Inabile. Non sei piú un uomo. Sei un corpo. Inutile. Questo succede quando entri in una prigione. Come ho fatto io. di Antonio Soccol

Quando entri per la prima volta nel carcere di San Vittore, il primo cancello non ti impressiona. È normale che una prigione abbia una porta blindata.
È normale che si apra per farti entrare e che si chiuda poi alle tue spalle.
Il rumore che ancora proviene dalla strada, la piazza Filangieri, copre lo stridore del metallo che sbatte: sei ancora impregnato della vita sociale esterna per “sentire” che sei in galera.
Sei ancora distratto dalle formalità, dalla presentazione dei documenti,
dalle due o tre mani che devi stringere per conoscere il direttore, l’assistente, un agente di custodia.
Il secondo cancello è piú alto, piú minaccioso, piú incombente del primo e l’apertura non è automatica.
Dall’interno viene un agente che infila una sua grossa chiave nella grossa serratura e la fa scattare. E allora incominci a capire. A sentire il rumore, l’odioso rumore del metallo che stride.
Sulla tua destra un cartello ordina: “ È severamente proibito consegnare le armi con il colpo in canna e senza sicura”. Lo leggi perplesso e cerchi di capire: fuori di quel cancello le armi girano senza sicura e con il colpo in canna? Fuori dove tu eri fino a pochi attimi prima? Fuori dove sino a pochi attimi fa tu vivevi? Fuori dove c’è la città, la vita, la libertà?
Non è facile capire: rimani perplesso. E cammini avanti. Vai avanti ancora e subito ce n’è un altro di cancello. E vedi un altro agente che si alza dal suo posto di guardia e si avvicina con la chiave in mano per aprirlo.

Già. E il cancello di prima? Ti giri appena in tempo per vedere che il primo agente lo ha chiuso alle tue spalle e se ne sta tornando al posto di guardia.
Ti senti dentro. Sei chiuso. Prigioniero. Per uscire dipendi dalle decisioni degli altri. Hai perso la tua libertà. Non sei piú un uomo.

Anche il secondo agente apre il terzo cancello. Ti guarda appena.
Non manifesta alcun sentimento. Nemmeno la noia. Come se tu non fossi.
Il suo sguardo non passa attraverso il tuo corpo come farebbe se ti ignorasse. Il suo sguardo non c’è. Lui non c’è. Perché nemmeno tu ci sei.
Né tu né lui ci siete. Non esistete.

La chiave stride nella toppa, la porta si apre. Tu la passi e subito senti l’urlo assoluto, crudele del metallo che feroce batte l’altro metallo. E la porta che picchia sul battente. Tutto rimbomba, freme, stride, lamenta, urla.
Forse c’è anche l’eco. Adesso il protagonista è questo rumore assurdo, spietato: disumano. Nel tuo cervello c’è il silenzio assoluto e di colpo si riempie di questo rumore atroce. E tu ne sei totalmente pieno.
Ti impedisce di pensare. Lo senti rimbalzare dentro ai tuoi timpani, scavare tutte le cellule della tua mente, scuoterti la vista, sobbalzare i polmoni, scatenare le farfalle nello stomaco, attorcigliare i visceri.
Cammini per allontanarti dal rumore. E vai avanti. Sempre piú dentro.
E senti lentamente che sei di nuovo capace di pensiero: “È questa la paura?”, ti chiedi. Ma non c’è risposta. Né potrebbe esserci.

Dopo il terzo cancello il corridoio sfocia in una rotonda. Come una piazza.
Da ogni parte vi convergono molti corridoi. Ognuno di loro è braccio della prigione: un raggio. Io devo andare al “Secondo Raggio”: quello dei tossicodipendenti e degli spacciatori. Là mi sta portando questo gruppo di persone che mi accompagna. Là mi sta portando una mia libera decisione. Una scelta presa in totale serenità e senza alcuno stimolo esterno.
Non mi pento: credo proprio di non esserne capace: non saprei nemmeno da che parte incominciare.

Il terzo agente apre e chiude il quarto cancello. L’urlo del metallo è empio. Osceno. Ti frantuma ogni risorsa cerebrale. Fai fatica a dare al tuo corpo gli ordini piú banali. Ti senti incapace. Inabile. Non sei piú un uomo.
Sei un corpo. Inutile. No. Non uno schiavo che dalla sua schiavitù può trovare un qualsiasi modesto motivo di vita. Non c’è un padrone che dia ordini piú o meno graditi. Nel nulla c’è solo questo maledetto urlo del metallo.
E lui ti annulla nella tua dignità d’essere umano. Cancello dopo cancello.

Ormai hai capito il rituale: un uomo, un qualcosa che ha tutte le caratteristiche di un uomo, ti apre una via ma ti chiude subito alle spalle ogni ritorno. E tu puoi solo avanzare verso il tuo destino.
E tu vorresti magari parlare con quell’uomo. Ma quell’uomo non c’è.
Non esiste nemmeno lui. Annullato dall’urlo del ferro contro il ferro.

Di cancelli ce ne sono tredici per arrivare dove devi arrivare.
E tredici sono gli urli che devi subire. Gli annullamenti che devi registrare.
Le faticose ricostruzioni che devi importi.

Alla fine sei in un largo corridoio sul quale si affacciano le porte delle celle. Che sono doppie: un cancello a sbarre e una porta metallica tutta chiusa.
Ma con uno spioncino. Che è la cosa piú tragica che essere umano abbia inventato. Spioncino: il secondino spia il detenuto, il detenuto spia il secondino. Spiata la libertà imposta e la libertà sognata. Spiata la vita.
E la vita spiata.

Dagli spioncini senti sguardi che ti annusano gli abiti, le scarpe, le mani, quello che tengono le mani, il corpo. Gli sguardi provengono da ovunque. Non puoi incrociarti con uno di loro. Sono tanti, troppi per tentare un contatto, un rapporto anche fugace che sia. Guardi avanti. Cerchi di captare uno sguardo. Sí. Da quello spioncino avanti di tre porte sulla tua destra.
Sí. Là senti che puoi guardare negli occhi un uomo che ti guarda.
E ti concentri. E non molli lo spioncino. E lo raggiungi. Ma quando sei alla sua altezza quello sguardo non c’è piú. Quell’uomo non c’è piú.
Ci sono solo due occhi al suo posto. Due occhi che guardano altrove.
Al di là del tuo corpo. Dello spazio e del tempo.

“E questa è la nostra sala riunioni”, dice il dottor Sandro Fonti indicando una lunga serie di materassi di gommapiuma disposti abbastanza ordinatamente per terra, al centro della zona finale del corridoio del Secondo Raggio. Sul fondo un tavolo di fortuna regge un apparecchio tv collegato con un videoregistratore. Ai suoi lati due panchette modeste.

Il dottor Sandro Fonti era il responsabile psicologico del Secondo Raggio.
Ci siamo conosciuti quando Børge Ousland ha tenuto la sua conferenza stampa per presentare ai giornalisti la sua futura impresa estrema: l’Antartide in solitario.
In quella occasione il dottor Fonti ha evidenziato i caratteri psicologici piú interessanti di Børge. Mi è molto piaciuto quello che ha detto e come lo ha detto. Cosí mi sono presentato. Gli ho spiegato che ero il direttore di No Limits® world e gli ho chiesto di scrivermi in un articolo le cose che aveva appena finito di dire.

Ci siamo piaciuti perché si è subito creato un rapporto facile, disinvolto: senza goliardie ma soprattutto senza conformismi.
Pochi giorni dopo era in redazione e abbiamo parlato a lungo e alla fine mi ha detto: “Posso invitarti a San Vittore?”.
Ogni tanto, mi ha spiegato, la direzione gli consentiva di far entrare qualche personaggio che raccontasse qualcosa ai detenuti.
“Dei vostri”, mi ha detto il dottor Fonti, “è già venuto Umberto Pelizzari ed è stato molto bravo. Alla fine i ragazzi gli hanno chiesto l’autografo.
E, per gente disperata come quella, è stato uno splendido segnale d’interesse”.

“Ma io non sono un campione”, ho detto.
“Lo so. Ma sei un direttore. Il direttore di una rivista. Che si chiama No Limits® world…”, ha ribattuto.

“Credi che basti? …”, ho chiesto davvero stupito.
“Sì”, è stata la laconica determinante risposta.

Cosi un freddissimo giorno di fine febbraio, alle 9 del mattino e sotto una violenta rivoluzione del metabolismo personale, ho chiamato un taxi, sono salito, ho chiuso ben bene la porta e con aria semplice ho detto: “Per favore, mi porti in piazza Filangieri”.
“A che numero?”, ha chiesto il tassista con la stessa aria semplice.

“Al due”, ho chiuso la conversazione e subito il silenzio è scoppiato.
Il tassista ha spento la radio e staccato anche il contatto con la sua centrale di radio taxi. Ha chiuso i rapporti con l’esterno. Ero un cliente diverso.
Non c’è milanese che non sappia cosa ci sia al 2 di piazza Filangieri, figurarsi un tassista. Mi guardava nello specchietto: “Tangentopoli? Mani Pulite? avvocato? testimone? avviso di garanzia? mandato di comparizione? giudice? politico?”. L’idea che fossi giornalista non gli era, forse, ancora venuta quando mi ha detto l’importo della corsa.

Come scendi dal taxi, una guardia ti si avvicina: “Cosa vuole?” e ti punta con l’arma (con il colpo in canna e senza sicura?).

E tu ti ritrovi per un attimo a 20, 25 anni fa quando questo succedeva quasi… sempre: “scendere lentamente dalla macchina e posare le braccia sul tetto, far vedere che le mani sono nude e non stringono armi né proprie né improprie ed estrarre lenta… ho detto lentamente tutti i documenti: il magico e terribile tesserino rosso dell’Ordine dei giornalisti professionisti, la patente di guida della questura di Venezia, la carta d’identità del comune di Milano, il passaporto dello Stato italiano e anche la licenza per immergersi con l’autorespiratore rilasciata qualche secolo prima da Virgilio Cella, mitico presidente della FIPS che non c’è piú (adesso invece giro con la “platinum” rilasciatami ad honorem da Umberto Pepoli)”.

E dopo un quarto d’ora di controlli il beffardo: “Vada pure. Se può, eviti di passare di qui tutte le notti”.
“Ma io di notte lavoro, e questa è la mia strada per tornare a casa.”

“I giornalisti non possono lavorare di giorno?”
“Non lo so. Forse qualcuno sí. Io no.”

****

Escono lentamente dalle celle. E, altrettanto lentamente, si siedono sui materassi. Tutti ti guardano.
Hai fatto la tua prima conferenza a 17 anni e dietro al tavolo, allora, c’erano con te professori universitari e avvocati di gran fama. Davanti quasi trecento persone. Sconosciute.

Non hai avuto, allora, emozioni. Eri là perché te lo avevano proposto e avevi accettato. Non c’era nulla da discutere con te stesso. Non potevi bocciarti.

E successivamente di conferenze, di dibattiti, o di riunioni da condurre ne hai fatto indigestione.
Adesso hai davanti 42 detenuti del Secondo Raggio del carcere di San Vittore: tossicodipendenti e spacciatori. In grande maggioranza sieropositivi. Loro ti guardano. Ora li vedi. Hanno un corpo (come il tuo), portano abiti (come i tuoi), hanno freddo (come te). E aspettano.
Non sanno chi tu sia, né perché tu sia là. Di te non sanno nulla.
E nemmeno tu sai nulla di loro: l’incontro fra due società? Per carità, lasciamo perdere.
Aspettano. Aspettiamo.
Che accada qualcosa che dia un senso, un significato alla nostra attesa.
E questo qualcosa devi farlo accadere tu. Devono farlo accadere le tue parole. E le immagini che hai portato, custodite in quella cassetta Vhs che ancora stringi in mano. E allora inizi a far accadere. Accendi il Vhs, ti presenti, racconti, commenti, rispondi, parli, ricordi, alludi, ti scappa anche qualche parolaccia, ridono, ascoltano, domandano, commentano. Scorrono i minuti. Fa freddo ma nessuno lo sente. Fumiamo assieme.

Sul fondo sbattono un cancello. Entra il pasto: uno sgangherato carrello arrugginito con sopra pentolacce fumiganti: “Ssss…silenzio”, dicono in coro.

E tu ti senti improvvisamente felice. Perché in quel momento hai capito che tutto è stato utile. Che due ore di minor angoscia a questi corpi, a queste menti, a questi occhi tu sei riuscito a dargliele. Non ti devi chiedere se serviranno o no. Non devi essere cosí presuntuoso da parlare anche per il futuro. Deve bastarti la realtà che vivi. Che hai fatto vivere. Che deve purtroppo finire ma che loro e tu vorreste che non terminasse. Perché è meglio di quella di ogni giorno. Perché è un passo in avanti. Piccolo, infinitesimale.
Ma in avanti. E questo è quel che volevi fare e che hai fatto. Sei stato piú importante del rancio. Hai raggiunto il tuo estremo. E allora glielo dici.
È banale, è ovvio ma te ne senti la forza: “Ragazzi: la vostra impresa estrema, il vostro traguardo estremo è uscire di qua, è tornare liberi per sempre: quei tredici cancelli che ho passato per venirvi a trovare si aprono anche dall’altra parte. Potete farcela. Tutti voi. Nessuno escluso. Auguri”.
E loro tutti insieme si alzano in piedi e si mettono a batterti le mani e questo applauso lungo, convinto, deciso sembra quasi una promessa, un giuramento. E tu hai male alla radice dei capelli ma non smetti per un attimo di guardarli tutti in faccia: uno per uno, tutti e quarantadue.
E poi li applaudi. E prosegui a lungo. Convinto, deciso che sembra una promessa. E un giuramento.