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Africa e Internet

Cari amici di Supereva, questa volta non vi mando delle notizie dall'Africa, ma un articolo pubblicato in Italia che “parla di Africa”! E' un articolo ...

E’ un articolo scritto da
Francesco Malgaroli e pubblicato
sul settimanale Amica. A parte un paio di
inesattezze come il reddito medio pro capite in Africa (forse si riferisce
al reddito medio dei bianchi sudafricani!) ed al numero delle persone che
usano Internet, 1.500.000, che mi sembra eccessivo (pensate che il Kenya che è
considerato lo Stato più evoluto dopo il Sudafrica con i suoi circa trenta
milioni di abitanti ha meno di ventimila persone connesse a Internet!), a
parte questo, l’articolo è molto interessante e istruttivo e vale
la pena di leggerlo fino in fondo. Commenti e opinioni saranno graditi. Buona lettura.

IL CONTINENTE IN RETE

Webcam per safari virtuali o giornali on line e cybercafé.
L’Africa scopre Internet. Sono i primi passi, ma da gigante
La caccia è aperta. Emozionante e priva di violenza è fatta di pazienza e
tecnologia: i maggiori parchi sudafricani hanno installato webcam in punti
strategici. Gli elefanti che si abbeverano o il pasto dei leoni, le antilopi
o i rinoceronti si possono vedere anche da casa. Certo non è come scrutarli
dal vivo ma è già qualcosa. E insieme alle immagini si possono comprare
magliette, prodotti artigianali, poster, calendari, ricevere informazioni
dai ranger, colloquiare con loro via posta elettronica. Internet ha scoperto
l’Africa, ma è soprattutto l’Africa ad aver scoperto Internet e ad aver
compreso che attraverso la rete delle reti si può saltare direttamente nell’
era dell’informazione e del commercio globale. Dunque, se permettete, per
una volta parliamo del continente dimenticato, dimenticandoci le sue guerre
e tragedie.

Alla fine del 1996 solo undici dei 54 paesi africani disponevano di un
accesso locale a Internet. Tre anni dopo all’appello manca solo l’Eritrea ma
si sta lavorando anche lì. Il 3 luglio del 1996 veniva messo in rete
“Metissacana” primo cybercafé senegalese, con sede a Dakar e il desiderio di
offrire ai suoi clienti non solo un punto d’accesso alla rete ma tutti i
possibili servizi che Internet può mettere a disposizione. Al 31 ottobre di
quest’anno i cybercafé africani erano 105, la maggior parte dei quali in
Sudafrica, ma se ne trovano in Sudan o in Togo, in Uganda o Camerun, in
Nigeria o Malawi: qualcuno ha solo l’indirizzo e-mail, propone corsi di
alfabetizzazione tecnologica, vende cyber-sandwich e fa offerte speciali a
chi usa i computer per un certo numero di ore; altri hanno homepage in rete
molto belle e ricche utili anche per chi non abita a Dar es Salaam.
Certo, i numeri sembrano giocare contro l’Africa. Per rimanere ai netcafé,
solo in Italia ce ne sono 139, negli Stati uniti ne sono ufficialmente
censiti quasi 400. E le cifre complessive del traffico elettronico dicono
quanto gli africani siano ancora indietro nella scala dell’universo
virtuale. Il continente ha circa 780 milioni di abitanti ma solo un milione
e mezzo di loro usa Internet e per di più due terzi sono sudafricani. Il che
significa che usa Internet una persona ogni 1500, mentre la media europea e
nordamericana è di una ogni quattro. Inoltre i sistemi di telecomunicazioni
in regime di monopolio, i costi delle telefonate e lo stato dei collegamenti
sono tali da non rendere proprio semplicissimo entrare in rete e la
stragrande maggioranza dei collegamenti è nelle capitali o nelle grandi
città mentre le zone rurali sono lasciate indietro.

Spiega il sudafricano Mike Jensen, consulente indipendente di organizzazioni
non governative e di istituzioni internazionali, che “potrà sembrare fuori
luogo l’attuale impegno nel portare Internet in tutta l’Africa viste le
necessità di base che ancora non sono state soddisfatte” ma attraverso la
rete si può costruire un sistema di comunicazione e informazione in grado
anche di migliorare e non di poco le condizioni anche nelle zone più povere,
e c’è l’opportunità di “entrare direttamente nell’era dell’informazione”. Si
può parlare ormai di una vera e propria campagna per “collegare l’Africa”. I
generali razzisti sudafricani proclamavano un tempo che avrebbero potuto
raggiungere con i loro carri armati Il Cairo in una settimana attraversando
tutto il continente. Deliravano, naturalmente. Quel viaggio, in senso
contrario dalla città tunisina di Bizerte a Cape Agulhas in Sudafrica è
stato invece compiuto tra marzo e aprile da un drappello di strani rallysti
impegnati nell’African connection rally. Obiettivo: far crescere la
consapevolezza che attraverso la rete l’Africa ha tutto da guadagnare.
“Desideriamo costruire un’autostrada in cielo, una rete di comunicazione che
collegherà l’Africa con se stessa e con il resto del mondo”. E’ stata una
tappa della “rivoluzione africana nell’informazione”.

Racconta Jensen, il quale probabilmente conosce il continente e la rete come
nessun altro, che i Tuareg del Niger vendono via Internet i loro prodotti
artigianali grazie una fondazione canadese che ha messo a disposizione uno
spazio all’interno di un magazzino virtuale per pubblicizzare questi e altri
prodotti. Inoltre la posta elettronica ha demolito i costi e i tempi di
comunicazione. Esistono servizi destinati a imprese e società, come il
sudafricano Mbendi, che sono vere e proprie enciclopedie ricche di
informazioni indispensabili per chiunque desideri entrare nel mondo degli
affari africani. Il traffico registrato in questo sito è cresciuto del 100%
tra il 1998 e il 1999 e la newsletter che circolava gratuitamente tra i
sottoscrittori sarà a pagamento e con informazioni selezionate e mirate a
seconda delle esigenze individuali.
Sono tutti esempi positivi di quel che la rete fa o può fare per il
continente africano. Che ancora però non ha cominciato a sfruttare tutte le
potenzialità e opportunità. Come ha scritto Lihan Adam, consulente della
commissione economica delle Nazioni unite, “l’informazione disponibile in
Internet è quasi esclusivamente fatta di materiali prodotti in Europa, Asia
o Stati uniti”. L’Africa, se si esclude il Sudafrica, produce solo lo 0,02%
di quel che si trova in rete. Il caso dei motori di ricerca, bussola di ogni
navigatore, la dice lunga. I due principali - Orientation e Woyaa -
appartengono il primo a una società di Hong Kong, l’altro a una inglese. E’
sempre Jensen a far notare che per quanto le istituzioni abbiano scoperto la
bontà di Internet, ancora poche “usano la rete per distribuire informazioni
in modo significativo”. Per di più il web africano è fortemente maschile. Le
indagini ritraggono così l’utente Internet africano: maschio tra i 26 e i
30 anni, istruzione universitaria, parla inglese, ha un reddito tra i 24.000
e i 40.000 dollari annui. Ma poco alla volta stanno prendendo forma anche
siti fatti da donne e destinati ad altre donne.

Proprio la disponibilità e la reperibilità delle informazioni può far fare
il salto decisivo a Internet e all’Africa. Chi guarda alla rete con
ottimismo pensa che lì si possa trovare la risposta all’accusa di un medico
del Mali: “l’informazione è il carburante della medicina. Qui non ne abbiamo
e anno dopo anno ci ritroviamo sempre più indietro”. Le università che
offrono corsi per corrispondenza hanno capito che e-mail e siti web
permettono di arrivare a un numero maggiore di studenti che a loro volta
sono in grado di seguire meglio i corsi a distanza. La telefonia cellulare e
i satelliti consentono di raggiungere località sperdute senza dover
impegnare ingenti capitali. I cybercafé non sono solo luoghi dove cimentarsi
nell’ultimo videogame.

E poi c’è un altro capitolo: quello della libera circolazione delle notizie.
L’Africa ha una fedina tutt’altro che immacolata quanto a libertà di stampa
e pensiero. Tiranni di varia fatta hanno sempre tenuto ben controllata la
circolazione delle notizie. Internet ha lanciato una sfida inattesa,
prontamente raccolta. In rete si trovano ormai circa 120 testate africane.
La strada è stata aperta dal sudafricano Mail&Guardian, che tuttora dispone
di un ottimo sito. Uno dei suoi fondatori, Irwin Manoim, ritiene che proprio
nel campo della libertà di stampa sia da registrare “il più spettacolare
successo di Internet in Africa”. Un esempio? Misanet, che ha collegato per
lo più via e-mail, una rete di giornalisti attraverso l’Africa
sub-sahariana, fino a diventare un vero e proprio luogo di controllo della
libertà di stampa in tutto il continente. E, soprattutto, la rete consente
di lavorare a informazioni che non siano dettate solo dagli eventi. Insomma,
in Africa ci sono guerre, è vero, mille tragedie, ma anche molto altro. La
rete racconta tutto questo. E batte la carta stampata.

Mike Jensen si aggiusta i piccoli occhiali tondi, il suo viso ricorda un po’
quello di John Lennon. Vive a Port St. John’s, una piccola località
affacciata sull’Oceano Indiano un tempo celebre per il turismo riservato ai
bianchi e ora in fase rilancio, nota perché lungo le sue coste, non per caso
chiamate selvagge, sono naufragate numerosissime navi di esploratori. Da una
stanza colma di computer, insieme alla sua compagna, Mike Jensen naviga in
rete o parte per viaggi reali attraverso il continente armato delle sue
conoscenze e pronto a diffonderle. E’ il nuovo esploratore, non ha mire di
conquista e il suo lavoro sta aiutando l’Africa ad avvicinarsi al resto del
mondo. Il cammino è lunghissimo ma gli africani non si spaventano per così
poco.

Francesco Malgaroli, “Amica” 19 gennaio 2000

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