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Enoregione Campania

Nell'ampelografia campana, i vitigni più diffusi sono: la biancolella, il bombino bianco, la coda di volpe, la falanghina, il fiano, il greco, il piedirosso, il sangiovese, la barbera e l'aglianico. Quest'ultimo è chiamato anche gesualdo, ellenico o, semplicemente uva nera; è tra i vitigni più caratteristici ed è caratterizzato dall'abbondante produzione e dalla fioritura precoce.

Qualche cenno:
La superficie vitata, che si aggira, complessivamente, su 80000 ettari, tra coltura specializzata e promiscua, ha permesso che, almeno nelle ultime annate, la produzione vinicola regionale si assestasse su una media di 90000 ettolitri annui, divisi tra bottiglie a docg, doc, igt e da tavola. Ciascuna delle province ha eccezionali vocazioni enologiche ma, purtroppo, salvo poche realtà, sono mancati fino ad oggi grandi vignaioli, capaci di capire e carpire il meglio dalla propria terra e di mutarlo in meravigliosi vini. In ogni modo, nell’ampelografia campana, i vitigni più diffusi sono: la biancolella, il bombino bianco, la coda di volpe, la falanghina, il fiano, il greco, il piedirosso, il sangiovese, la barbera e l’aglianico. Quest’ultimo è chiamato anche gesualdo, ellenico o, semplicemente uva nera; è tra i vitigni più caratteristici ed è caratterizzato dall’abbondante produzione e dalla fioritura precoce.

…un po’ di storia del vino:
Le antiche popolazioni, in epoca preromana, entrarono in contatto con Greci ed Etruschi apprendendo, da entrambi, le tecniche di coltivazione della vite. Le tracce dell’influenza nel mondo agricolo di questi due popoli erano, sino a poco tempo fa, ancora leggibili attraverso i vigneti ad alberello propri dei Greci, o scrutando i filari legati alti agli alberi com’era usanza tra gli Etruschi. E’ dunque in un quadro ambientale molto frazionato che si sviluppa la coltivazione della vite, in una successione assai irregolare, molto spesso alternata ad altre coltivazioni — frutta, ortaggi, tabacco, olivi — che rappresentano una buona risorsa per quelle province trascurate dal grande turismo o da altre attività rispetto al comprensorio di Napoli.

…il territorio e le DOC:
Il territorio è costituito per la stragrande maggioranza (circa l’ottanta per cento) da colline e zone spiccatamente montuose, una terra che si sviluppa alternando coste basse e piatte ad alti ed imponenti dirupi in movimentate alternanze di golfi, insenature e promontori di rara bellezza, uniti ad uno dei più importanti territori vulcanici d’Europa. L’amenità dei luoghi, la mitezza del clima e la feracità del suolo hanno favorito fin da tempi remoti l’agricoltura.

L’aglianico rappresenta la base per la prima docg regionale, il Taurasi. Vino che, pur non essendo molto noto, è da considerarsi uno dei migliori dell’intero Mezzogiorno italiano per le eccellenti caratteristiche che esprime all’assaggio. Oltre all’aglianico (minimo 70%) può derivare anche da un’aggiunta (max 15%) d’altre uve a bacca rossa. Sopporta molto bene il passare degli anni e può essere commerciato dopo un minimo di tre anni dalla vendemmia (quattro il tipo riserva). Il vigneto campano è, inoltre, padre di altre due docg e diciassette doc: Greco di Tufo e Fiano d’Avellino (o Apianum), docg dal 2003, Aglianico del Taburno, Asprinio d’Aversa, Campi Flegrei, Capri, Castel San Lorenzo, Cilento, Falerno del Massico (primo e più celebre vino dell’antichità, creato, pare, dalla tribù Falerna intorno al 318 a.C. e così buono da essere decantato da Plinio il Vecchio e da Marziale; un tempo solo rosso ora, chissà perché, anche bianco), Galluccio, Guardia Sanframondi (o Guardiolo), Ischia - i cui vini sono noti sin dal ‘500 -, Penisola Sorrentina, Sannio, Sant’Agata dei Goti, Solopaca, Taburno e Vesuvio il cui prodotto più conosciuto rimane il Lacryma Christi.