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Dall'Amaretto al vino cinese. Alla conquista del mercato cinese

Saronno - Dall'Ilva non arrivano conferme sull'acquisto del pacchetto azionario della Changyu Wine. «Ma il vino cinese è già una realtà» conferma il produttore varesino Giuseppe Bottinelli (nella foto)

Dall’Amaretto al vino cinese. Alla conquista del mercato orientale

Fonte Varesnews

L’azienda non conferma, nè al quotidiano milanese nè alla nostra testata. La notizia però è verosimile: secondo quello che riporta il Corriere della Sera infatti fonti cinesi avrebbero rivelato che la Ilva di Saronno, l’azienda produttrice del famoso Amaretto, avrebbe firmato in dicembre una lettera d’intenti per il 33% della Changyu Wine, società pioniera (ha più di cento anni) della vinificazione in Oriente, che produce un quinto del consumo di vino cinese. Attraverso un’azienda delle nostre zone, dunque, si apre un versante dei rapporti Italia - Cina davvero originale.

A coniugare la Cina col tessile e l’abbigliamento infatti ci siamo ormai abituati, ma che la Cina potesse avere a che fare col vino, questa davvero sembra una notizia perlomeno curiosa. E invece: «Il vino cinese è una realtà, - Conferma Giuseppe Bottinelli, terza generazione nel ramo del vino in provincia di Varese, primo dei Varesini con vocazione di produttore e azienda vinicola annessa, ormai assurto ad esperto locale dell’industria del gusto - Viene prodotto in diverse zone di quel paese, e i diversi produttori cinesi hanno già fatto Joint Venture con partner francesi o tedeschi. Anche se fino ad ora, in effetti, non avevo avuto voce di partnership italiane»

Ora la partnership italiana potrebbe esserci. Certo, la notizia non è confermata. Certo, se fosse vero l’accordo è a livello solo di lettera d’intenti, una specie di compromesso di vendita, che non si sa bene se e quando diventerà compravendita vera delle quote. Però se ne parla già, di un compratore italiano per un’ azienda vinicola in Cina, e la sede legale del compratore dovrebbe essere a Saronno. «Dal punto di vista dell’appeal industriale, non c’è da stupirsi - continua Bottinelli - la Ilva ha grossa valenza internazionale. Produce uno dei rarissimi alcolici italiani esportati nel mondo: oltre all’Amaretto di Saronno, infatti, di italiano nei bar internazionali ci sono solo Bitter Campari e Martini. Inoltre la logica industriale di un tale acquisto, se fosse confermata la notizia, è notevole: è un mercato in grande ascesa e pronto a occidentalizzarsi, ad affinare la sua produzione. Una produzione che, peraltro, non è affatto malaccio. Ho già provato ormai una trentina di vini cinesi, e la miglior produzione di Chardonnay non è assolutamente differente da una buona produzione italiana».

Dopo le camicette, il rischio è quello dell’invasione del vino cinese? «Va precisata una cosa: il vino cinese è destinato alla ristorazione cinese, a dei clienti molto legati al consumo di prodotti della loro terra. E, poiché i ristoranti cinesi sono diffusi in tutto il mondo, è normale che esportino anche i loro vini, serviti a traino della loro gastronomia. Un po’ come è successo a noi italiani vent’anni fa, con i nostri vini esportati nel mondo per essere serviti nei ristoranti italiani. E non è che il vino cinese non circoli già nel nostro paese: proprio sulla A8, alle porte di Milano, c’è Trading Zhou, uno dei principali importatori in Italia di prodotti, e di vini, cinesi. Il vino cinese però non ha ancora forza di penetrazione, perché non ha un mercato. La sua diffusione passa esclusivamente dai canali della loro ristorazione. Un canale da non sottovalutare: il fatto che la gastronomia apra le strade del gusto è bellissimo, crea un cortocircuito che ho chiamato “occidentalizzazione del gusto” ma forse è più corretto definirlo una maggiore attenzione alla qualità».

Sembrerebbe la concretizzazione nelle cantine del concetto “think global, act local”, la globalizzazione dei particolarismi… «È un atteggiamento che sta via via diventando sempre più naturale. Lo stesso consumatore ha aumentato la capacità umana di aprirsi a cibi e prodotti che non sono della propria tradizione: si assaggia, alla ricerca di ciò che piace, senza fare differenza se si sta mangiando o bevendo prodotti calabri, o siculi, o del Vietnam. Un modo di fare magari poco in uso a Varese, ma se si va a Londra o Milano l’atteggiamento è già questo. Un atteggiamento che fa scoprire gusti nuovi, non solo cinesi, e apre nuovi mercati a tutti i produttori. Se penso alla mia esperienza per esempio, io ora sto seguendo un progetto in Romania con una azienda vinicola che è nato in maniera analoga: sono andato in un ristorante Rumeno a Roma. Il cibo non mi è piaciuto, il vino invece mi ha colpito: in particolare c’è un vitigno interessante, la Feteasca, che sto seguendo da vicino, e dovrebbe diventare un nuovo prodotto. D’altra parte, quello stesso atteggiamento porta il vino italiano nel mondo: ho avuto una recente esperienza in Grecia, una presentazione dei vini di Moleto in alcuni punti della grande distribuzione locale. E’ andata benissimo. E ora esportiamo anche lì».

Giovedi 20 Gennaio 2005
Stefania Radman
stefania.radman@varesenews.it

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