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Contro l’integralismo gli islamici riscoprono il vino.

Dal Marocco all’Egitto aumentano i consumi. Il successo delle etichette halal, a basso contenuto alcolico.




Per il ferreo rifiuto non solo di bere ma anche di sedere a un tavolo dove venga servito il vino, il presidente iraniano Khatami annullò la sua visita ufficiale in Francia nel marzo 1999. Per la stessa ragione fu cancellata una cena di gala offertagli dal re di Spagna il 28 ottobre 2002. L’Italia, visitata da Khatami i l 9 marzo 1999, se la cavò con uno stratagemma: nella cena ufficiale al Quirinale non c’era il vino a tavola ma chi lo voleva poteva berlo servendosi a un tavolinetto posto nelle vicinanze.

Eppure l’ostentazione di tanta morigeratezza mal si concilia con la realtà del vissuto di tanti musulmani che nei loro Paesi non si fanno scrupoli a consumare alcolici.

Addirittura i dati disponibili indicano una crescita della produzione e della vendita degli alcolici in Egitto, Turchia, Marocco.Ma ovunque tra i fedeli di Allah, specie tra i giovani, bere vino e birra è diventato un fatto alla moda. E ovviamente un business che fa gola a tanti, comprese le multinazionali occidentali che dopo aver inventato la birra halal, permessa dall’ Islam per il suo bassissimo contenuto alcolico, stanno ora per lanciare il vino halal. La crescita dei consumi di alcolici segnala un’ inversione di tendenza rispetto all’involuzione dei costumi che ha accompagnato il processo di islamizzazione delle società musulmane all’ indomani della sconfitta degli eserciti arabi nella guerra del 6 giugno 1967 e del tramonto dell’ideologia laica panaraba di ispirazione nasseriana e baathista. Oggi in Egitto si è tornati pressappoco ai livelli di 50 anni fa. In epoca monarchica gli egiziani bevevano in media due litri di birra a testa.

Nel 1986, con l’affermazione dell’integralismo islamico, i consumi si sono dimezzati. Dieci anni dopo, nel pieno dell’offensiva del terrorismo islamico, si è scesi a due terzi di litro a testa. Le ultime stime rivelano che il consumo medio è balzato a 1,8 litri. Indice di un recupero dell’identità laica che ha caratterizzato le società arabe dopo la nascita degli Stati nazionali sulle ceneri dell’ultimo impero islamico turco-ottomano.

Secondo la Abc (Al-Ahram Beverages Company), azienda leader nella produzione di alcolici in Egitto, di proprietà del consorzio egizio- americano Luxor Group, il 2003 ha registrato un incremento della produzione dell’8% e una crescita del fatturato del 13% rispetto all’ anno precedente. Il 97% delle vendite di alcolici riguarda la birra. E dei 125 milioni di litri di birra prodotti, 75 milioni sono di birra halal e 50 milioni di birra alcolica. Si tratta del rinomato marchio Stella, un prodotto della danese Heineken. Il boom si ebbe nel 1998: con complessivi 56 milioni di litri, fu raddoppiata la produzione dell’anno precedente. Da allora il volume è ulteriormente cresciuto.

In Turchia, Paese musulmano ma dove la parola «Islam» non compare neppure una volta nella Costituzione laica voluta da Ataturk, il consumo di alcolici è dieci volte quello dell’Egitto, anche se hanno entrambi circa 70 milioni di abitanti. Nel 2003 la produzione complessiva è stata di 928 milioni di litri, con un incremento del 9% rispetto all’anno precedente. Di questi circa 780 milioni sono di birra. Anche in Marocco la vendita di alcolici è cresciuta del 4,6% nel 2003, con la birra che rappresenta il 72% del mercato e il 44% del fatturato, in considerazione del fatto che costa poco rispetto al vino e ai superalcolici. L’altra grossa novità è che la produzione di alcolici nei Paesi musulmani, come qualsiasi altra merce che deve competere in un mercato globalizzato, tende a migliorare sempre più sul piano della qualità. Il «Coteaux de l’Atlas», il vino più prestigioso prodotto dall’azienda marocchina «Les Celliers de Meknès» (40 milioni di litri annui), ha ottenuto la medaglia d’argento dell’Unione degli enologi francesi nel 2004. Il «Chateau Tellagh», prodotto nella regione algerina di Medea dall’azienda statale Oncv (National marketing office for viticulture products), ha vinto il Premio della giuria dell’Esposizione vinicola di Montreal del 1998.

Nella v a l l e d e l l a Bekaa, dopo che è stata ripulita dalla coltivazione dell’hashish e dai campi di addestramento dei terroristi, si producono marchi apprezzati in Europa e in America, come il «Chateau Kefraya » e il «Chateau Musar ». In Tunisia, dove una legge di Stato regolamenta l’industria vinicola sin dal 1957, si producono vini di qualità come l’«Impérial Magnus Rouge».

La riscoperta dell’alcol nei Paesi musulmani costituisce in effetti un ritorno alle proprie radici. Tutto il bacino mediterraneo, millenni avanti Cristo, produceva vino e birra. Bevande fermentate e inebrianti erano note nella Penisola Arabica molto tempo prima dell’avvento dell’ Islam. D’altro canto il Corano si presta a differenti interpretazioni circa la liceità dell’alcol. Il versetto 67 della sura XVI lo esalta: «E dei frutti delle palme e delle viti vi fate bevanda inebriante e buon alimento; e certo è ben questo un segno per gente che sa ragionare ». Per contro il versetto 219 della sura II lo sconsiglia: «Ti domanderanno ancora del vino e del maysir (il gioco d’azzardo, ndr). Rispondi: “C’è peccato grave e ci sono vantaggi per gli uomini in ambo le cose: ma il peccato è più grande del vantaggio”». A livello popolare l’alcol è sempre stato presente. C’è addirittura un genere letterario arabo, rinomato come «Khamriyya », traducibile in «Odi bacchiche», che annovera insigni poeti. Nel poema «Il vino mistico», inteso come il mezzo che conduce a Dio, il sufi Ibn Al-Farid nel XII secolo esclamò: «Dicono: hai bevuto il peccato! Nient’ affatto, ho bevuto ciò che sarebbe peccato abbandonare! (…) Non vi è vita in questo mondo per chi è sobrio, chi muore senza avere provato l’ebbrezza ha vissuto invano ».