Questo sito contribuisce alla audience di

I grandi vini rendono più della Borsa

«Vino. Male che vada, lo si può sempre bere». É diventa famosa questa risposta data dal senatore Gianni Agnelli a un giornalista televisivo che gli chiedeva su cosa consigliava di investire.
I grandi vini rendono più della Borsa
di PAOLA JADELUCA - fonte ©la Repubblica/Affari & Finanza
«Vino.
Male che vada, lo si può sempre bere». É diventa famosa questa risposta
data dal senatore Gianni Agnelli a un giornalista televisivo che gli
chiedeva su cosa consigliava di investire. Risale a tanti anni fa,
quando non solo nessuno parlava di investire in vino, ma poco diffuso
ancora era il culto delle etichette di qualità. Oggi si beve bene, si
compra meglio, e le grandi bottiglie da bene di lusso si stanno
trasformando sempre più in beni di investimento. Un investimento
cosiddetto alternativo che, come le opere d’arte, segue regole
differenti da quelli del mercato finanziario comune. «Una bottiglia di
Chateau Margot è unica, non può scambiarsi con un’altra bottiglia di un
anno diverso, oppure dello stesso anno ma di un cru differente, è un
bene fisico e infungibile, mentre i mercati trattano normalmente con
beni immateriali», spiega Claudio Zara, docente di economia dei mercati
e degli intermediari finanziari all’Università Bocconi di Milano. Per
le bottiglie più pregiate i prezzi si formano nel circuito delle grandi
aste, in primis quelle di Christie’s, numero uno bottiglie vendute, con
un totale nel 2004 di quasi 36 milioni di dollari, oltre 16 milioni dei
quali realizzati in Europa.
Ma rende veramente investire in vino?
E quanto? Dipende. «Una cassa da 12 bottiglie di Chateau La Tour 1961,
nel 1.999 valeva 7920 sterline. Nel 2003 valeva 34.098 sterline, con un
incremento di 44% all’anno», racconta Giorgio Rissone, vice
responsabile didattica di Wine International Academy di Roma. Cita
ancora Rissone: «Chateau Le Pin 1998, sempre una cassa da 12 bottiglie,
nel 1999 valeva 800 sterline. Nel 2003 valeva 1.550 sterline, con un
incremento del 27% annuo. Nello stesso periodo il Dow Jones ha perso
una media dell’11% all’anno».
Non occorre un master in vino per
capire come investire in questo settore. «Se prendi dieci chateau e
dieci annate e chiedi a un esperto di vini, ti dirà che devi avere un
centinaio di informazioni per giudicare, per ogni anno e ogni chateau.
Ma i prezzi delle aste dicono che questa informazione non è corretta:
in generale Latour costa più di Pichon Longueville ogni anno, e quando
hai un’annata particolarmente spettacolare, come il 1961 o il 1982,
tutti gli chateaux chiedono un prezzo maggiore del normale», è la
considerazione fatta a titolo puramente personale da Alan J.Brown, capo
il capo degli Investimenti della Schroder Investment Management
Limited. Gli chateaux che quotavano di più nel 1855 sono quelli che
quotano di più anche oggi, nonostante siano cambiate le tecnologie, il
metodo di vinificazione e i winemaker. Il terroir, il territorio,
insomma, è quello che tira su il valore. E’ il tempo a decidere se una
annata vale più o meno, quando piove tanto la qualità scende e,
viceversa, nelle annate con più sole si producono vini più pregiati. Il
tempo è decisivo per la durata del vino.
«Una bottiglia ha valore
finché il vino è bevibile», dice Christian Roger, grande esperto di
investimenti in vino, amministratore delegato di Vino e Finanza,
proprietario di una delle tre bottiglie di Catheau Lafite Rotschild del
1789, l’anno della rivoluzione francese, un premier cru classificato
tra i 5 più grandi bordolesi. Bottiglie di proprietà di un famoso
ristorante parigino, vendute all’asta. Prezzo d’acquisto: 25.000 euro.
Oggi ne vale 100.000. «Ma quella bottiglia si può ancora bere? E’ una
domanda da non farsi», commenta Roger, raccontando di quanti ancora in
Italia gli fanno questa domanda di fronte ai grandi millesimati. La
bottiglia di Roger è tornata due volte nello Chateau per il cosiddetto
processo di rebouchage, nel corso del quale viene effettuata la
ritappatura, messa l’etichetta, che un tempo non esisteva, la
rimboccatura.
Non ci sono solo gli Chateau francesi. Anche alcune
etichette italiane fanno scuola in fatto di rendimento nel tempo.
Prendiamo il Brunello Castelgiocondo del 1990 dei Marchesi de’
Frescobaldi: da Sotheby’s a settembre 2004, un lotto di 36 bottiglie di
questo Brunello era valutato 480 Sterline ed è stato invece aggiudicato
a 1.127 sterline.
Quello del vino è un mercato e come tutti i
mercati gli operatori provano a intervenire sulla semplice logica della
domanda e offerta. «L’annata 1997 — spiega ancora nelle sue
considerazioni personali Brown — è stata un’annata calda in Francia ma
stimata non poter reggere il lungo tempo. I negociant (i distributori
n.d.r.) ritirarono alcuni lotti per tenere su il prezzo. Il primo stock
fu venduto a 1200 sterline nel 1998». Nel frattempo le borse sono
scese, il dollaro pure, cosa che ha frenato gli acquisti esteri degli
americani, ed è scoppiata anche la guerra in Iraq. Risultato. I
negociant che avevano grandi stock invenduti cominciarono a disfarsi
delle bottiglie del 1997 soprattutto sul mercato inglese: e quello che
nel 1998 costava 1200, si poteva comprare a 700 nel 2003. Cinque anni
prima del momento di berla.