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Rocca delle Macìe: rispetto per il territorio e per le sue uve - Seconda parte

A capo di “Rocca delle Macìe” dal 1989, Sergio Zingarelli è un vulcano d’idee, passione, entusiasmo, che riversa nell’azienda e nei suoi prodotti. Ecco che cosa ci ha detto nel corso dell’intervista.

Il proprietario dell'azienda vitivinicolaA capo di “Rocca delle Macìe” dal 1989, Sergio Zingarelli (nella foto a fianco) è un vulcano d’idee, passione, entusiasmo, che riversa nell’azienda e nei suoi prodotti. Ecco che cosa ci ha detto nel corso dell’intervista.
Non è facile, nell’attuale panorama vitivinicolo del nostro Paese, trovare una realtà aziendale come la “Rocca delle Macìe”. Nel senso che in appena un quarto di secolo, a cominciare dall’opera iniziata da suo padre, Italo Zingarelli, che ha avviato praticamente dal nulla l’attività, si è arrivati a una produzione di vini di qualità, con un’identità, una tradizione e un nome ben radicati e non solo nel contesto regionale toscano. Quali sono stati gli strumenti, le capacità, i mezzi che hanno permesso di arrivare a questo risultato?
«Mio padre Italo cullava da tempo il sogno di creare un ulteriore nuovo progetto e, come aveva già fatto in passato col mondo del cinema, è riuscito nel suo intento anche in quello vitivinicolo. Voleva investire in una grande azienda di vino che sapesse produrre vini di qualità in un periodo (ricordiamoci che eravamo negli anni Settanta) in cui parlare di vino di qualità voleva dire saper guardare molto in là nel futuro. Ma non solo. A caratterizzare ancora di più il suo progetto era la volontà di fare vini di alta qualità, ma con un buon rapporto di prezzo, vini accessibili a tutti, e non solo a un’élite di conoscitori molto ristretta. Voleva creare un mercato nuovo. La sua grande forza è sempre stata quella di credere fortemente nelle avventure nelle quali si lanciava. La determinazione e il coraggio delle idee sono sempre state il fulcro di tutte le sue attività, caratteristiche che gli ha permesso di trasformare questo suo sogno in realtà. Per raggiungere questo scopo bisognava passare attraverso importanti investimenti in vigna, per avere delle uve di qualità, e in cantina, per poterle trasformare in un prodotto di grande piacevolezza. E non da ultimo, i vini di “Rocca delle Macìe” hanno avuto la capacità di entrare nei mercati stranieri; anche questa vocazione è stata di fondamentale importanza sia per la diffusione del marchio, sia per il suo sviluppo. Ma alla base di tutto rimangono la volontà e la caparbietà di raggiungere un obiettivo. Mio padre ha dato l’impronta e noi stiamo continuando su questa strada».

La barricaia dell'aziendaAttualmente, avete in produzione diciassette etichette, tra vini bianchi e rossi. Un assortimento così vasto, così mirato nella capillare ricerca di soddisfare le richieste del mercato nazionale e internazionale, non rischia di pregiudicare la qualità finale del prodotto?
«Assolutamente no. Grazie alla nostra struttura, all’estensione dei vigneti e a una gestione di cantina molto ben organizzata e con la consulenza e il lavoro di tecnici specializzati, riusciamo a far fronte a una produzione diversificata che incontra il gusto e le esigenze anche del consumatore più esigente. L’importante è non adagiarsi mai sugli allori, saper vedere dove si può fare di più e di nuovo. In questo modo è nato il “Sasyr”, ad esempio. Andando spesso in Canada mi sono accorto che i consumatori, soprattutto quelli giovani, amavano una certa tipologia di vino. Io sapevo di avere i vigneti e le capacità per soddisfare le richieste di questo pubblico giovane ed esigente e di poter così continuare a mantenere un contatto con un tipo di consumatore che già ci conosceva e amava il nostro stile. Il Sasyr, un uvaggio sangiovese e syrah, è un vino che ci sta dando molte soddisfazioni perché piace, è giovane, è adattabile a una bere “alternativo”, in quanto può essere un buon vino da pasto, ma anche fare da aperitivo. Innovazione e ricerca non devono mai essere abbandonati, se vogliamo continuare a rimanere in contatto con i consumatori che ci scelgono ogni volta».

La cantina vecchia dell'aziendaC’è uno o più vini da lei prodotti ai quali è particolarmente affezionato, che sente come veri e propri “figli”?
«Sicuramente il “Rubizzo”, un vino presente fin dall’inizio della storia di “Rocca delle Macìe”, e il “Ser Gioveto”, che fu prodotto per la prima volta nel 1985. Mio padre lo chiamò “Ser Gioveto”, nome che deriva dall’unione di due nomi importanti: “Ser” sta per Sergio, in mio onore, quando, proprio in quell’anno iniziai ad affiancarlo nella conduzione dell’azienda, e “Gioveto” che è un’abbreviazione di Sangioveto, nome arcaico per il Sangiovese, così importante e rappresentativo per la zona del Chianti, nonché principale uva prescelta per il nuovo vino. Il “Ser Gioveto”, dunque, voleva essere un omaggio ad entrambi e allo stesso tempo un augurio per me da parte di mio padre di buon inizio e di un grande futuro nella conduzione di quel suo sogno divenuto realtà: “Rocca delle Macìe”. Sicuramente, a oltre vent’anni di distanza posso affermare che i traguardi raggiunti sia dall’azienda sia dal vino siano senza dubbio andati oltre le aspettative di tutti. Insieme con il “Roccato”, il “Ser Gioveto” è l’unico vino, prodotto dall’azienda, affinato interamente in barriques di rovere francese».

Alcuni dei vigneti dell'aziendaNella sua azienda, oltre al vino, grande risalto viene dato anche all’olio extravergine di oliva. Come produttore, quale affinità scorge tra questi due straordinari doni della natura? Affinare l’uno permette anche di capire e migliorare l’altro?
«L’olio è parte integrante della tradizione toscana e da sempre abbiamo voluto tenere questa produzione viva anche se commercialmente costituisce un prodotto di nicchia nel senso che, come si sa, l’olio di qualità ha costi di produzione molto elevati che purtroppo entrano un po’ in collisione con la cultura dell’olio. Comunque, è un prodotto che ci dà veramente soddisfazione e sul quale, come nostra abitudine, abbiamo investito molto. Tra l’altro, abbiamo un nostro frantoio aziendale nella tenuta di Fizzano. D’altra parte questo è il nostro stile di vita, che è diventato filosofia aziendale: avere il massimo del rispetto e della cura per il nostro territorio, per i nostri prodotti, per la tradizione che dobbiamo portare avanti con il massimo delle energie e dell’entusiasmo».

Un'immagine dell'aziendaIn che cosa si contraddistingue la filosofia che governa la sua attività e la sua azienda?
«Semplice e impegnativa, senza cedere mai a compromessi, la filosofia dell’azienda è incentrata sul costante miglioramento della qualità, sul rispetto, la considerazione e il contatto diretto con il consumatore. Noi ci mettiamo continuamente in gioco, la nostra realtà ormai ha una storia in nome della quale non possiamo mai deviare le caratteristiche che ci hanno dato la voglia e la forza di iniziare questo percorso. Senza dimenticare un criterio semplice ma fondamentale: rispettare il territorio e produrre vini che lo rappresentino al meglio».

E dopo aver intervistato Sergio Zingarelli, nella prossima parte andiamo ad analizzare tre vini rossi di “Rocca delle Macìe”, il Chianti classico, il Chianti classico riserva e il Sant’Alfonso, che abbiamo avuto modo di assaggiare.