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Kledi Kadiu

Sguardo tenero...

Autobiografia tratta dal sito www.kledi.it

Nasco il 7 aprile 1974 a Tirana (Albania).

Sono cresciuto a Tirana. Abitavamo nel cuore della capitale, in un appartamento, io, mia sorella Ada, i miei genitori Fisnik e Lindita e i miei nonni Xhavit e Kimete;
a pochi passi dal Teatro dell’Opera.
Ricordo che tutte le volte che ci passavo davanti mi soffermavo spesso a contemplare quelle locandine e quei manifesti, leggendo i nomi dei protagonisti e sperando, ogni giorno sempre più intensamente di poter diventare uno di loro.
I miei genitori comprendevano la mia passione e, pur non avendo grandi disponibilità economiche, riuscivano a comprarmi di tanto in tanto un biglietto per permettermi di assistere agli spettacoli.

Mamma Lindita e’ una farmacista e papà Fisnik docente in ingegneria.
Il mio desiderio di salire su quel palco cresceva ogni giorno di più, fino a quando decisi di sostenere l’audizione per accedere all’Accademia Nazionale di Danza. Eravamo nel 1984.
Venni preso e da quel lontano Settembre, per otto anni, quel teatro distante circa un kilometro da casa mia, divenne la mia seconda abitazione.
La vita in Accademia non e’ stata delle più facili. Sembrava un servizio militare. Iniziavamo alle sette del mattino fino alle sette di sera. Oltre alla danza classica (unica permessa dalla legge) eravamo impegnati su molte altre materie tra cui Fisica, Matematica, Storia, Biologia ecc. Era obbligatorio conseguire ottimi voti in tutte le materie, soprattutto in storia del Marxismo e Leninismo che, se non conosciute alla perfezione, potevano anche precluderti un posto di lavoro.
L’essere un ottimo ballerino infatti, non metteva al sicuro la promozione. Alla fine di ogni anno scolastico dovevamo sostenere un esame per riuscire ad accedere alla sessione successiva.

I miei insegnanti erano di nazionalità Albanese, ma provenienti dalla scuola Russa.
Il modo di insegnare era molto rigido. Ricordo che spessissime volte venivamo puniti con percosse fisiche. Se ci andava bene usavano la bacchetta. La prassi era quella.
I nostri genitori per primi sapevano e acconsentivano questi metodi. A tutt’oggi comunque posso dire che quella situazione ha contribuito in modo fondamentale ad implementare la mia crescita morale e professionale.
Nel 1992 mi diplomai. Subito dopo iniziai a lavorare come primo ballerino nel teatro.
Ricordo con molto affetto le giornate passate accanto ai miei nonni.
Nonno Xhavit era innamorato dell’Italia, dove aveva frequentato la scuola dell’Accademia Militare a Torino. Uomo ” di sinistra” da sempre, aveva molta corrispondenza con numerosi suoi amici residenti nella penisola Italiana.
La situazione politica in Albania era grave da circa quarantacinque anni. Regnava il regime comunista. Eravamo isolati dal resto del mondo. In casa, eravamo una delle poche famiglie ad avere la televisione. Tutto il condominio veniva nella nostra casa per avere notizie del paese, dall’ unico canale che riuscivamo a prendere: TVSH. A volte rischiavamo e, con l’aiuto di un’antenna che io stesso avevo costruito con amplificatori di segnale, guardavamo la Tv italiana.

Rimanevo affascinato dai grandi artisti Italiani di quel periodo come Heather Parisi, Lorella Cuccarini, Raffaella Carra’, Raffaele Paganini. Ricordo che mi divertivo a sognare di ballare al loro fianco, in un grande show.
Il dittatore Albanese Enver Hoxha, era molto severo con la popolazione che tentava di avere rapporti esterni al confine Albanese.
Nonno Xhavit, e’ stato perseguitato per circa 6 anni. Mattina e sera si recava al commissariato del ministero degli interni, scortato sempre da guardie in borghese, per rispondere a quella specie di “appello” di cui io non ne capivo l’ importanza. Ricordo le domeniche passate in quella enorme costruzione, con le mani nelle mani dei miei nonni.
Io non immaginavo neppure lontanamente quali fossero i veri motivi di quei pomeriggi passati insieme.

Ad oggi posso dire: “….per fortuna che Nonno Xhavit era di sinistra !”.
Quella particolare tessera di partito, ci ha permesso infatti di rimanere a Tirana. Tante erano le persone invece che venivano “esiliate” in paesi dell’ entroterra, sperduti, senza luce ne acqua, lontanissimi dai centri abitati. Questo perche’ Enver Hoxha aveva paura dei disertori e di tutte quelle persone che avrebbero potuto mettere in pericolo il suo governo.
Nel 1981 il nonno venne mandato via dal partito, ma essendo comunque un ex-membro, nessuno di noi venne costretto a lasciare la città.
Nel 1987 nonno Xhavit ci ha lasciati.
Forse solo oggi riesco a rendermi conto della difficile e drammatica situazione che ho vissuto accanto alla mia famiglia.
Ricordo il momento in cui la nonna andava a fare provviste. Da noi, in quegli anni, non esisteva la proprietà privata. Tutto era razionato. Si alzava prestissimo al mattino, forse alle due o alle tre e si recava nel punto di raccolta dei viveri. Ricordo che il Giovedì era il giorno della farina e i suoi derivati.
Metteva a terra un bastoncino. Quello era il suo segno di riconoscimento per stabilire la sua priorità nella lunga fila che dalle 7 del mattino si creava. La nonna infatti tornava a dormire per poi uscire nuovamente per mettersi in coda.
Questo fino al 1990.

In questo stesso anno, il 18 Dicembre del 1990, in Albania, ci fu il grande evento: la caduta del regime Comunista.
Nel Marzo del ‘91, con i confini aperti, iniziò il grande esodo verso i paesi più vicini.
Prime destinazioni furono Italia e Grecia. Nell’ Aprile successivo, il partito Democratico sale al governo. Questo comportò il divieto di espatriare per avere un asilo politico.
Il porto era sempre chiuso e sorvegliato dai militari.
Le ultime sfere comuniste, tentavano di mettere in cattiva luce il nuovo governo agli occhi degli stati europei agevolando l’espatrio clandestino.
Il 12 Agosto del 1991, mentre ero al mare, a Durazzo (30 km da Tirana) sentii questo fortissimo suono. Il rumore veniva dal porto distante 2 km. Il porto era aperto. Non era un rumore come altri, ma il segnale della speranza, il suono che invitava gli spettatori del mio spettacolo ad accomodarsi in platea.
Una folla indescrivibile, migliaia di persone, correvano in costume e ciabatte verso le navi…..uno di loro ero io.
Una nuvola di sabbia si alzò. Mi sembrava di volare trascinato da quella nota fissa che mi guidava verso una nuova vita.
I miei genitori non sapevano nulla. A bordo ero schiacciato tra la folla. Sembravamo delle sardine. Non avevamo acqua ne’ cibo. La navigazione durò 36 ore.
Decine di persone hanno perso la vita durante la navigazione. Eravamo in 14.000 su una nave merci sprovvista di barre di protezione.
Al nostro arrivo al porto di Bari, metà di noi vennero portati nello stadio, a pochi km dal porto, e l’altra metà vi rimase. Io andai nello stadio dove la polizia ci stava aspettando.
Non era di certo ne’ il pubblico ne’ il teatro che io avevo sempre sognato.
Non erano fiori o applausi ma erano acqua, cibo e frasi intimidatorie che arrivavano da elicotteri che ci tenevano sotto costante controllo. Giorno e notte. Nei giorni successivi ci rispedirono in Albania.

A Durazzo ci aspettavano le forze dell’ordine Albanesi.
Le luci del mio spettacolo, per il momento si erano spente.
Un anno e due mesi dopo venne a Tirana la direzione di una compagnia di danza di Mantova.
Cercavano ballerini. Accettammo e partimmo per l’Italia.
La vita non fu facile all’ inizio. Era molto diverso dalla realtà che la televisione, fin da quando eravamo piccoli, ci aveva presentato.
Con i vari spettacoli di danza classica toccammo diverse città italiane.
Dopo questa esperienza, la più difficile, mi stabilii prima a Rovereto in provincia di Trento, a Verona, a Milano per un’ altro anno e infine a Roma, dove vivo e lavoro da quattro anni.

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