
Un compito molto arduo è quello di voler tentar di comunicare con le parole ciò che un’anima sente in particolari momenti della sua vita.
Parlo di quelle sensazioni che appaiono così rapide (in realtà sono senza tempo) che poi al ricordo restano appena visualizzabili come veramente accadute.
Sono quegli attimi “assoluti” di infinità nei quali ci ritroviamo immersi a percepire qualcosa di indefinibile, “materialmente” parlando, simili alle emozioni pur se molto diverse.
In esse ci sembra di toccare il “tutto” e di sentire Dio, di essere una cosa sola insieme a lui.
Le persone che possono narrare molti episodi del genere sono poche.
Si parla di neuroteologia per spiegare cosa il cervello percepisce in un ambito “insolito” come quello delle sensazioni spirituali.
Questa disciplina sembra abbia avuto gli albori in Pennsylvania, grazie allo studioso americano Andrew Newberg che ha condotto degli esperimenti scientifici su dei religiosi, per affermare poi che il cervello umano è predisposto geneticamente per la fede religiosa.
Nel pieno di una meditazione di ognuno di essi ha visualizzato il cervello, attraverso un mezzo di contrasto, con un’apposita apparecchiatura.
Appurando che vi era un “black out” dell’irrorazione sanguigna nella zona del cervello dove avviene la percezione dell’io e del mondo.
Quindi ha concluso che il colloquio con Dio nella meditazione produrrebbe, a livello cerebrale, un senso di “tuttuno” con il creato e ciò sarebbe percepito in modo profondamente reale.
Ancora James Austin, neurologo, narra che trovandosi in una stazione della metropolitana, in attesa del treno, mentre tutto era come sempre, improvvisamente senti una sensazione come di flash quantico intuitivo (una sorta di illuminazione) che non ricordava di aver mai provato prima di allora.
In tale esperienza non percepì più lo stato di separazione, ma entrando in una sorta di comunione con “tutto ciò che è” si trovò in una situazione di “non tempo”.
Il senso di eternità lo avvolse e tutti i soliti timori, le ansie della vita e tutto ciò che lo legava alla materia sembrava non aver più peso nel suo essere consapevole.
Cosa visse? Un’ esperienza mistica, un sentire profondo del proprio spirito?
La sua interpretazione fu molto limitata e forse scontata per una persona abituata a considerare le cose solo scientificamente:
- considerò quanto visse in modo così incomprensibile ai suoi sensi, solo come qualcosa ancora di sconosciuto e non come qualcosa appartenente ad una altra sfera del suo essere, lo spirito, affermando che il cervello è, per tutto ciò che vediamo, udiamo, sentiamo e pensiamo, non solo il mezzo ma soprattutto colui che crea l’esperienza.
Nacque poi da tale conoscenza diretta, uno studio scientifico che culminò con un libro di circa 800 pagine, “Zen and the Brain”, pubblicato dalla Mit Press nel 1998.
Possiamo dire quindi che la neuroteologia, con James Austin e Andrew Newberg con “Why God Won’t Go Away”, afferma che tali esperienze originano comunque tutte dal cervello in virtù della sua opera di associazione di idee, attraverso cui recupera e rielabora ricordi ed emozioni.
Anche tutto quanto viene percepito durante un’intensa preghiera (meditazione) viene generato nell’area cerebrale deputata alla funzione associativa.
In tali studi restano comunque tante zone d’ombra, per cui si ritorna un pò a quanto detto all’inizio, cioè al fatto che oltre al cervello l’uomo ha un’anima che anche se si avvale del cervello come mezzo di percezione, ha sensazioni che non provengono da esso, ma vanno al di là della realtà “fisica” e perciò difficilmente spiegabili con le parole pur se comunque “pregne” della consapevolezza di un vissuto eccezionale.

spiritualcoach








