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Sentimentale

Con questo racconto di Paolo Demuru, che gentilmente me lo ha concesso, inizia una nuova rubrica. Non ci sono velleità letterarie, ma storie che nascono dalla professione quotidiana. Paolo è un assistente sociale, e il suo racconto è davvero attuale. buona lettura...

Non so se questa mamma mi voglia bene più dell’altra. Certo che le piace molto portarmi in giro per i negozi e presentarmi alle sue amiche, e mettermi tutti quei fiocchetti colorati che mi strappano i capelli e mi fanno male. Ma io non piango, anche se vorrei, perché lei non lo fa apposta, mi vuole vedere sempre pulita e pettinata.
“Questa è la mia bambina” dice a tutti; e poi a me: “saluta la signora . . . falle vedere il vestitino nuovo . . . ”
Adesso non gioco più con i miei amici nella piazzetta. Questa città è troppo grande e non ha piazzette . . . e nemmeno amici.
Forse avrei dovuto dirlo alla dottoressa che è venuta a scuola per parlare con me.
“E’ molto brava” mi ha detto la maestra “confidati come fosse un’amica, perché quello che le racconterai non lo dirà a nessuno”.
Ma io non ci riuscivo, quel nodo alla gola mi bloccava le parole. E poi, tutte quelle domande strane, io non le capivo. E quegli occhi che mi frugavano i pensieri! Non riuscivo a guardarla e avrei voluto scappare lontano.
Meno male che dopo è venuta l’assistente sociale, con lei non ci sono volute molte parole, e quando le ho chiesto di portarmi via ha solo detto: “ora ci penso io”.
Di questa mamma mi piace molto il suo profumo, mi piacciono i lunghi vestiti e tutti quei vasetti di crema sul bordo del lavandino.
L’altra mamma aveva sempre un odore di varecchina, ma quando mi stringeva a sé e la vestaglia sapeva di sudore e di cavolo bollito mi piaceva ugualmente, anche se non glielo ho mai detto.
Quando poi mi nascondeva dietro l’armadio per non sentire le urla di lui e tutte quelle parolacce contro di lei e contro Dio, e lei scappava con Antonello in braccio, ma non sapeva mai dove scappare perché lui la raggiungeva sempre, e la picchiava, allora si, che mi veniva da piangere, e le volevo bene alla mia mamma.
Forse avrei dovuto parlare, ma di quel giorno che lui è rientrato prima del solito, e la mamma aveva accompagnato Antonello da medico per quella tosse che di notte ci teneva tutti svegli, io non ho parlato.
Non le ho detto che sentivo le sue mani dappertutto, di quell’odore di vino, forte, che mi soffocava e mi faceva piangere.
Non so se sia successo davvero o se l’ho inventato con la mia fantasia, ma non glielo ho detto alla dottoressa; come avrei potuto dirglielo.
Chissà che cosa poi avrà raccontato al Giudice, perché anche lui mi faceva tante domande mentre leggeva i suoi fogli e ogni tanto si toglieva gli occhiali per guardarmi meglio. Io non le sentivo neppure le sue domande, ricordo solo che la mia mamma non c’era e avevo paura.
Forse avrei dovuto dirlo, che la mia mamma mi vuole bene, che quando mi veniva la febbre alta e facevo finta di dormire, lei mi parlava dei suoi ricordi, di quando era bambina e andava nei campi a raccogliere i pomodori, di come sarebbe bello andare tutti e tre lontano, io lei ed Antonello, di come sarebbe diversa la vita se . . .
Avrei dovuto, ma non sono riuscita a dirlo, alla dottoressa. Avrei dovuto dirlo che nessuno era capace di abbracciarmi come faceva lei.
Ma forse l’assistente sociale l’ha capito, perché tenendomi le mani tra le sue, chinata all’altezza del mio viso, mi ha bisbigliato: “la tua mamma guarirà, vedrai, e un giorno verrà a prenderti” e senza altre parole siamo saliti nella macchina.

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