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Quello che non facciamo

Una riflessione sul nostro bisogno di 'eroi' del volontariato

L’atteggiamento prevalente che la “civiltà dell’immagine” ha elaborato nei confronti del dolore è la sua emarginazione, l’esclusione dal palcoscenico. Le rare volte che situazioni di sofferenza vengono esposte in televisione, la loro funzione è già stabilita: non porrre la naturalità o naturalezza del dolore, quanto il suo aspetto ‘pietistico’. Oggi la legge televisiva imperante è essere sani, belli e di successo, per cui anche i ‘normodotati’ un poco meno belli o con meno successo (inteso come profitto) sono in diffcoltà, figuriamoci, per esempio, i portatori di handicap.

Tempo fa lessi una frase che, più o meno, recitava così: “la diversità, sia essa di tipo fisico che di tipo ‘psicologico’, richiama l’idea del dolore e della morte, per questo incute in noi timore e desiderio di rimozione”

Allora mi pare conseguenza di questo atteggiamento il ricorrere, nei mass media, a personaggi che incarnino ciò che noi non facciamo per gli altri. Ecco apparire così ‘eroi’, laici o preti, che, ricordando il loro impegno, ci sollevano dal nostro. Da quello che non facciamo.

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